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Quando l’adolescente è silenzioso in casa

Luglio 12, 2019 10:00 am

Sempre ombroso, chiuso nella sua stanza, poche parole e quelle poche in tono aggressivo. È una situazione molto comune tra le famiglie con adolescenti, vediamo come affrontarla

Solo pochi giorni fa era un ragazzino sorridente, ci raccontava dei suoi amici. O una ragazzina solare che chiacchierava di tutto. Adesso trascorre i pomeriggi nella sua stanza, con la porta rigorosamente chiusa, quelle poche volte che riusciamo a entrare: caos totale. La conversazione è ridotta al minimo, solo poche frasi: cosa c’è da mangiare? Posso uscire? Con le ragazze c’è qualche litigio in più, soprattutto se si cerca di discutere con loro, hanno una capacità dialettica con la quale non è consigliabile misurarsi. Genitori e nonni si preoccupano. Immaginano che ci siano dei problemi a scuola o con gli amici, che siano depressi o peggio ancora. Si tratta in realtà di una fase del tutto normale, fa parte della crescita. Solo in qualche caso è bene fare attenzione.

 

Spazio fisico, spazio mentale e psichico

Smettere di parlare con i genitori è una fase della crescita. Interrompere le comunicazioni verbali equivale a chiudere la porta della propria stanza. Gli adolescenti in questo modo vogliono creare uno spazio fisico, mentale e psicologico tutto loro, tutto da ricreare indipendentemente dagli insegnamenti dei genitori. Gli esperti definiscono questa fase re-centering, ovvero la necessità di focalizzarsi su loro stessi, sui loro amici e interessi per una sorta di rinascita. Solo così potranno creare gusti, idee, formarsi una personalità che non può certo prescindere dal background acquisito in famiglia, ma che si arricchisce di tratti personali. Tutto questo è una necessità biologica ed ormonale e la famiglia non deve e non può impedirlo. Pretendere che un adolescente sia mite, obbediente e ascolti in tutto e per tutto i genitori significa non farlo mai crescere e avere sempre a che fare con un bambino piccolo: siamo sicuri di volere questo per nostro figlio?

 

Non amici ma genitori

Certo, è una fase complessa e va gestita con equilibrio. Gli adolescenti sono molto sensibili e psicologicamente delicati, basta poco per farli sentire insicuri e segnarli per sempre. Per questa ragione i genitori devono mantenere il loro ruolo rassicurante e fermo, devono dispensare regole di vita e diventare un porto sicuro dove approdare alle prime difficoltà. È sbagliato pretendere di essere loro amici: per i ragazzini è imbarazzante e confondente. La comunicazione deve essere favorita, ma senza imposizioni. Evitiamo di piazzare frasi tipo: mi ricordo che anch’io, alla tua età…i figli ci vedono adulti, per loro non è immaginabile vederci ragazzini. È meglio sdrammatizzare e chiedere: cosa è successo di divertente a scuola? Oppure: qual è la cosa più bella che ti è capitata in questi giorni?

 

Evitiamo di far trapelare la nostra ansia

Spesso i ragazzi tendono a non parlare con i genitori perché avvertono la loro ansia, la loro preoccupazione. Ritengono che questa sensazione li limiti, li faccia sentire inadeguati e che sia il segnale che gli adulti non si fidano di loro e delle loro scelte. Ecco perché a volte nascondono un brutto voto o una nota: per la paura del giudizio, più che della conseguenza. E’ bene evitare frasi: sei il solito svogliato – mi hai proprio deluso – e così via. Si può anzi si deve far capire che un brutto voto o una nota non meritano certo un applauso, ma è meglio focalizzarsi sul disagio momentaneo piuttosto che dare un giudizio inappellabile. Il messaggio da far arrivare deve essere positivo ed è decisamente da preferire una comunicazione che privilegia: sei un ragazzo così brillante, dicci cosa possiamo fare per aiutarti. Tutto questo va bene a patto che si rispettino le regole della buona educazione e del rispetto verso i genitori.

 

Lina Rossi

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