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Il desiderio di un figlio

luglio 15, 2002 12:00 pm

Crescono, da una ricerca del Cnr, le “intenzioni di fecondità”: a frenare sono i vincoli economici e sociali Diventare mamma è sempre più un problema per le donne italiane? Si, anche se i dati sulle ‘intenzioni di fecondità, fotografati in una ricerca che sarà ripetuta periodicamente all’Osservatorio sulle Aspettative di Fecondità dell’Istituto per le Ricerche…

Crescono, da una ricerca del Cnr, le “intenzioni di fecondità”: a frenare sono i vincoli economici e sociali

Diventare mamma è sempre più un problema per le donne italiane? Si, anche se i dati sulle ‘intenzioni di fecondità, fotografati in una ricerca che sarà ripetuta periodicamente all’Osservatorio sulle Aspettative di Fecondità dell’Istituto per le Ricerche sulla Popolazione del Cnr, dimostrano che qualcosa sta cambiando. A un tasso di natalità che non decolla verso le punte degli anni ’60, fa infatti riscontro una gran voglia di mettere al mondo figli. Questo rappresenta infatti un obiettivo da raggiungere, nei due anni successivi alla ricerca (condotta nel 2000), per un quarto delle 1560 donne, tra i 25 e i 40 anni, intervistate in tutta la penisola. Un’intenzione di fecondità alta, quindi, che però una serie di ‘vincoli’ di tipo strutturale, sociale ed economico, non fanno sbocciare in un incremento di culle piene.

Genitori al ‘passo’ con i tempi che cambiano
Per risolvere il problema della denatalità non basta solo attuare politiche mirate a stimolare il comportamento riproduttivo di una popolazione. Quest’ultimo, infatti, come ricorda la ricerca curata da Adele Minniti del CNR, dipende da svariati fattori, legati tra loro da relazioni non del tutto chiare ed esplicite. Ecco perché interventi politici in campo socioeconomico possono portare a risultati inaspettati in termini socio-demografici mentre azioni mirate ad influenzare il comportamento riproduttivo di una popolazione non raggiungono l’effetto voluto.
Ma, quali sono questi fattori? Mettere su famiglia, oggi, significa tenere conto di tanti elementi che, a loro volta, interferiscono con la vita personale, le norme che regolano la società e il contesto storico di riferimento. Così l’avvento della contraccezione ha mutato, ad esempio, la geografia della natalità, dato che ha reso possibile la scelta tra avere e non avere figli, decidendone il numero e determinandone il periodo ideale di nascita, in base alle proprie necessità e condizioni di vita. Ma anche l’appartenenza ad una specifica ‘generazione di nascita’ ha delle conseguenze. Dal dopo guerra ad oggi, la riduzione della fecondità ha riguardato in maniera differente le donne ed è il risultato di scelte diverse, soprattutto nel campo dell’attività lavorativa femminile. L’aumento dell’istruzione e la maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro hanno fatto il resto, provocando un generale ritardo dell’inizio della vita matrimoniale e riproduttiva, come, d’altronde, dimostrano i dati demografici sull’età del matrimonio e della nascita del primo figlio.

Modelli passeggeri o permanenti?
L’impatto dei cambiamenti degli ultimi cinquant’anni, e in particolare il nuovo ruolo della donna, potrebbero determinare una variazione dei modelli riproduttivi e familiari delle generazioni future, rendendo dominante il posponimento della maternità una volta realizzati gli obiettivi personali. A questo proposito, però, la ricerca del CNR invita ad un cauto ottimismo. Uno scenario del genere, infatti, non sembra dipendere tanto dall’aumento dell’istruzione femminile, visto che le donne hanno già sperimentato tutte le conseguenze negative dell’innalzamento dell’età per avere il primo figlio, quanto dal fatto che le maggiori esigenze economiche delle famiglie richiedono sempre più il contributo della donna al bilancio familiare.
Anche le norme sociali che prescrivono il comportamento riproduttivo hanno un grande peso nell’andamento futuro delle fecondità. Già precedenti ricerche hanno evidenziato che la decisione di avere il primo figlio è frutto di pressioni biologiche, psicologiche e sociali tanto forti da annullare la possibilità di scegliere se avere o meno il primo figlio. A dimostrazione di ciò il fatto che le donne italiane, pur mantenendo un indice di natalità bassissimo, continuano ad avere almeno un figlio determinando così una riduzione di fecondità non per l’aumento di coppie senza figli (come è avvenuto in altri Paesi) ma per la decisa diminuzione del numero dei fratelli. I figli unici sono infatti passati dal 17 per cento per la generazione di donne nate nel 1940, al 50 per cento per le donne della metà degli anni ’50.

E, ora, un po’ di numeri
Dalla ricerca emerge con chiarezza la centralità dei figli rispetto alle scelte coniugali e di coppia. Le donne italiane dimostrano infatti un’apertura, superiore al prevedibile, verso le coppie non sposate con figli ed un atteggiamento negativo verso chi si sposa e decide di non averne. Se un quarto delle donne intervistate ha manifestato l’intenzione di avere un figlio nei due anni successivi alla ricerca, va sottolineato anche che questa dipende dal numero di anni del matrimonio. In generale, infatti, le intenzioni riproduttive sono più elevate nelle giovani spose (40 per cento) e in quelle che non hanno figli (45 per cento). Si tratta però di valori che si riducono drasticamente con il passare del tempo e a seconda del numero di figli. Tra chi è già mamma il desiderio di un altro figlio è nettamente più alto per chi ha un bambino al di sotto dei 3 anni (23 per cento) rispetto alle donne con figli adolescenti (10 per cento).
Anche i papà hanno però un ‘ruolo’ nel determinare l’intenzione di fecondità. Oltre il 60 per cento delle donne ha dichiarato che il proprio partner voleva un figlio nei due anni successivi alla ricerca e solo il 10 per cento non ha saputo esprimesi al riguardo. Nelle coppie senza figli o con un figlio solo, si nota inoltre che sono molto frequenti i casi in cui all’intenzione di avere un bambino da parte della donna (83 per cento) corrisponde analoga intenzione da parte del compagno (72 per cento). Tale ‘accordo’ si riduce sensibilmente (sotto al 30 per cento) quando si tratta di coppie con due figli.
Oltre il 60 per cento del campione ha dichiarato di non volere figli nei prossimi due anni. Questo dipende da varie ragioni: problemi di tipo economico per il 18 per cento, questioni lavorative e ragioni personali per il 17 per cento, presenza di altri figli per il 17 per cento, disaccordo con il compagno sulla decisione di altri figli o assenza di un compagno stabile per il 14 per cento.
Sono pochissime (2.5 per cento) le donne del campione che hanno invece deciso di rimanere senza figli. I motivi di questa scelta non hanno a che fare con ragioni strutturali (il lavoro, il reddito, l’abitazione), bensì con l’importanza di mantenere uno stile di vita ‘adulto’ e di continuare a sperimentare la libertà che ne consegue. Si tratta, per lo più, di donne tra i 36 e i 40 anni, senza una relazione di coppia, che vivono sole, con un livello di istruzione medio-superiore, occupate, residenti nel Nord – Ovest in città medio grandi.

 

Antonella Valentini

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