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La maternità in… cifre

maggio 30, 2002 12:00 pm

Un’indagine dell’Istat fotografa il rapporto delle donne italiane con la gravidanza, il parto e l’allattamento L’81 per cento delle donne italiane allatta il suo bebè per almeno 6.2 mesi. Sono le giovani e le donne sopra i 40 anni ad allattare meno e, questa pratica, è condizionata dal livello di istruzione. Le mamme italiane la…

Un’indagine dell’Istat fotografa il rapporto delle donne italiane con la gravidanza, il parto e l’allattamento

L’81 per cento delle donne italiane allatta il suo bebè per almeno 6.2 mesi. Sono le giovani e le donne sopra i 40 anni ad allattare meno e, questa pratica, è condizionata dal livello di istruzione. Le mamme italiane la pensano così sull’allattamento al seno dopo la gravidanza. Almeno stando ai risultati dell’indagine “Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari”, pubblicata dall’Istat nel 2001, che dedica un volume al tema del “Percorso della maternità: gravidanza, parto e allattamento al seno”. Svolta tra il 1999 e il 2000, l’indagine ha riguardato 2 milioni e 442mila donne che hanno partorito l’ultimo figlio nei cinque anni precedenti all’analisi.

Tempi e modi dell’allattamento
Se l’81 per cento delle donne italiane ha allattato il proprio bambino per circa sei mesi, il 26 per cento ha superato questo periodo mentre il 24.4 per cento ha interrotto dopo tre mesi. Ad allattare di meno sono le giovani sotto i 24 anni e sopra i 40 anni. Sul territorio italiano restano nette differenze tra nord e sud. A sorpresa, però, la percentuale di donne che allattano al seno è molto più bassa nell’Italia insulare (65.4 per cento) per effetto della bassissima propensione a questa pratica da parte delle donne siciliane (60.5 per cento). A riallineare la media ci pensano però le mamme sarde con l’83.9 per cento.
L’aspetto più curioso che emerge dall’analisi è che l’allattamento al seno è condizionato dal livello di istruzione delle donne. Sono le diplomate e le laureate, forse consapevoli dell’importanza che il latte materno ha per la salute dei bambini, ad allattare di più. Ben l’84.1 per cento, rispetto al 72.5 per cento delle mamme con licenza elementare. Nemmeno l’impegno professionale condiziona questo dolcissimo momento di rapporto tra la mamma e il suo bambino: l’82.6 per cento delle occupate allatta rispetto al 78 per cento delle casalinghe.

Le difficoltà della gravidanza
L’istituto statistico nazionale mette in luce che, nel tempo, è aumentata anche la consapevolezza della donna durante la gravidanza. Tenere sotto controllo la salute di madre e bambino è infatti una preoccupazione diffusa tra tutte le future mamme. In particolare, quasi la totalità delle donne dell’indagine (il 99.6 per cento) è stata seguita da un operatore sanitario, proprio come accade anche negli altri paesi dell’Europa occidentale. La figura professionale prediletta è quella del ginecologo privato che lavora anche in una struttura pubblica (48.7 per cento). Il 32 per cento sceglie il ginecologo che opera solo privatamente mentre solo il 16.7 per cento ai affida ad un medico che lavora esclusivamente in una struttura pubblica.
Alto anche il ricorso a visite mediche ed ecografie durante l’attesa. Nonostante non esista ancora un protocollo universale cui fare riferimento, dall’analisi risulta consolidata la pratica di una visita ginecologica entro i primi tre mesi (l’ha fatta il 93.3 per cento del campione) e di un’ecografia entro lo stesso lasso di tempo (84.5 per cento). Influisce su questa ‘abitudine’ il livello sociale. Controlli prenatali tardivi o assenti sono infatti tipici di donne con giovane età e con un basso livello di istruzione. In gravidanza, in media, le donne fanno 6.8 visite a testa e 5.2 ecografie. L’esame ecografico è più frequente tra le donne del Sud e delle Isole mentre nel Nord ovest si fanno più controlli ambulatoriali. Il numero delle visite sale con l’età delle donne e in caso di gravidanze difficili.
L’aumentata consapevolezza e responsabilità delle madri in gravidanza emerge anche da un altro dato significativo. Solo il 16.7 per centro delle donne non è stato informato da nessuno sulla possibilità di diagnosi prenatale. Si tratta di un dato che dipende fortemente dall’età della donna: l’informazione aumenta tra le mamme con più di 40 anni (94.2 per cento) per diminuire drasticamente tra quelle fino a 24 anni (71.7 per cento). Sono meno informate le donne delle Isole e del Sud mentre la quota più consistente di mamme aggiornate sui rischi e la prevenzione si registra nel Nord Ovest del Paese.
I disturbi durante l’attesa sono diffusissimi tra tutte le donne anche se patologie più gravi che potrebbero mettere a rischio la nascita del bebè hanno un’incidenza piuttosto bassa (16.6 per cento per le minacce di aborto; 13.7 per cento per le minacce di parto pretermine). Tendono a scomparire anche le patologie più comuni durante l’attesa: solo il 4.3 per cento ha sofferto di ipertensione, il 3.3 per cento di gestosi e l’1.9 per cento di diabete. Pur non avendo fatto ricorso a ricovero ospedaliero, l’11.1 per cento delle mamme è stata a letto per più di sette giorni per proteggere il bambino.
Anche sul fumo l’analisi Istat fotografa un atteggiamento responsabile. Sul 25 per cento delle neo mamme fumatrici, oltre il 63.4 per cento ha smesso una volta concepito il bambino, mentre il 29.7 per cento ha sensibilmente diminuito la quantità quotidiana di sigarette.

La preparazione al parto
I corsi di preparazione al parto sono un altro punto a favore delle mamme moderne. Circa un terzo del campione ne ha seguito uno. Emergono tuttavia grandi differenze tra nord e sud. In settentrione circa il 40 per cento delle donne di prepara al parto in una struttura pubblica o privata mentre al Sud questa percentuale crolla al 10.4 per cento. Pesa su questo numero il fatto che in molti casi, al Sud, non esistono servizi disponibili.
Quasi il 90 per cento delle donne italiane preferisce la struttura pubblica per dare alla luce il proprio bambino. Solo il 6.2 per cento sceglie le struttura private accreditate e solo il 4.4 per cento quelle interamente private. Trascurabile la percentuale delle donne che hanno partorito in casa: 0.2 per cento. L’analisi dell’Istat segnala però che i parti cesarei in Italia sono troppi. Se 67.7 per cento sono stati i parti naturali ben il 30 per cento delle mamme è ricorso all’intervento chirurgico. Si tratta di un numero troppo elevato visto che, secondo le indicazioni della World Health Organisation l’incidenza di cesarei non dovrebbe superare il 10/15 per cento.

 

Antonella Valentini

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