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A scuola con il grembiule?

13 Settembre, 2001 12:00 pm

Il dibattito dopo la proposta di un ritorno al passato fatta dall’assessore all’Istruzione della Regione Sicilia Se è vero, come vuole la saggezza popolare, che “l’abito non fa il monaco”, sembra altrettanto giusto affermare che “il grembiule non fa la scuola”. Almeno a quanto risulta dalle prime reazioni alla decisone dell’assessore alla Pubblica istruzione della…

Il dibattito dopo la proposta di un ritorno al passato fatta dall’assessore all’Istruzione della Regione Sicilia

Se è vero, come vuole la saggezza popolare, che “l’abito non fa il monaco”, sembra altrettanto giusto affermare che “il grembiule non fa la scuola”. Almeno a quanto risulta dalle prime reazioni alla decisone dell’assessore alla Pubblica istruzione della Regione Sicilia, Fabio Granata, di reintrodurre l’impiego del desueto indumento negli istituti. “Per rendere la scuola più ordinata – ha dichiarato il politico – e, soprattutto, priva di elementi di discriminazione sociale”. Addio, insomma, alle differenze tra chi può permettersi abiti firmati e chi non. Ma se su tale motivazione in pochi hanno avuto qualcosa da obiettare, non sono mancate le critiche e gli interrogativi sul valore generale dell’iniziativa.

Giuseppe Richiedei, presidente dell’Associazione Italiana Genitori (Age), non ha dubbi nell’affermare che “quello del reimporre l’uso del grembiule è l’ultimo dei problemi che può avere la pubblica istruzione”. “L’assessore – ha aggiunto – dovrebbe ascoltare i genitori per capire le reali esigenze degli studenti e, quindi, delle famiglie”. Come garantire l”inizio puntuale dell’anno scolastico e la presenza in tutte le aule di professori di ruolo, nonché la qualità di quest’ultimi”. A ogni modo, anche Richiedei vorrebbe “una scuola dove si abbia educazione e non quotidiane passerelle di esibizionismo” e dove “si aiuti chi è in difficoltà, anche economica”. Rilancia, però, una sua proposta alternativa all’uso del grembiule: “un progetto di educazione civica che preveda una serie di lezioni con la partecipazione in classe dei genitori per insegnare la sobrietà e il rispetto”.

Sulla stessa lunghezza d’onda la neuropsichiatra infantile Maria Rita Parsi. “Non è il primo degli accorgimenti da prendere – ha sottolineato -, perché prima di tutto è necessario che la pubblica istruzione ragioni sull’ordine interiore che dovrebbe trasmettere agli studenti”. Questo non esclude, però, che la dottoressa ritenga il grembiule “un adeguato abito da scuola, come ne esistono tanti altri per diversi lavori”. “Una divisa che deve essere molto comoda e non faccia sporcare gli alunni che così possono esprimere liberamente la loro creatività”. E ha aggiunto: “Dopo la fiera della bellezza, dopo le sfilate di moda, sarebbe giusto che si creasse a scuola una parità che non deve però degenerare nell’omologazione”. In più, per gli studenti più grandi, quelli delle superiori, “il grembiule potrebbe essere un simbolo manifesto del concetto di appartenenza a un gruppo, una comunità”. “L’importante – ha concluso Parsi – è che tale proposta non si basi su una volontà di irrigidimento e che le famiglie insieme alle scuole non dimentichino di assicurare ai figli una divisa d’amore, ovvero rispetto, comprensione, ascolto ed educazione”.

Secondo Flavio Veronesi, presidente del Distretto scolastico di Zevio e curatore della rubrica Famiglie per il sito Educazione&Scuola, “è già un segno positivo che si parli di scuola, che si facciano proposte e che queste siano pensate nel rispetto di quell’autonomia scolastica sancita per legge dal 1999”. Sebbene il professore ricordi con affetto il grembiule, memoria del suo periodo scolastico, è più attento al desiderio manifestato dall’assessore siciliano piuttosto che al contenuto della proposta di Granata. “E’ rilevante – ha spiegato – che la pubblica istruzione si muova definitivamente verso l’autonomia e che i genitori comprendano questo passaggio”. Ma, soprattutto, secondo Veronesi “è fondamentale che le famiglie vengano coinvolte nella gestione delle scuole e che vengano rappresentate come avviene nel resto dei Paesi europei affinché possano avere voce in capitolo sull’educazione scolastica dei figli, conoscendone le prioritarie necessità”.

In Rete:
Associazione Italiana Genitori
Educazione & Scuola

 

Laura Coricelli

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