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Parolacce: i bambini non dovrebbero mai dirle

Novembre 13, 2019 10:00 am

Non è semplice impedire ai bambini di dire le parolacce. Per loro è un modo per dimostrare di essere grandi e simili ai loro amici. È però essenziale dare sempre il buon esempio

Prima o poi capita in tutte le famiglie: il bambino, del tutto inaspettatamente, pronuncia la prima parolaccia. Fateci caso: spesso la dice chiedendo il significato ai genitori, oppure le pronuncia in un momento di  assoluta tranquillità. È più difficile, in questa fase, che la parolaccia sia associata a un’occasione di rabbia o di nervosismo, come succede per noi adulti. Solo in seguito maturerà questo tipo di consapevolezza. Nel frattempo, però, è importante far capire ai ragazzini che dire le brutte parole non è un modo per apparire più grandi, o più interessanti: è solo un atteggiamento volgare e banale, proprio di chi, in realtà, non ha argomenti da sostenere.

 

Perché il bambino dice le parolacce

Ricordiamoci prima di tutto che se un bambino dice una parolaccia significa che l’ha sentita da qualche parte. E l’ha sentita in un contesto che lo ha colpito, per esempio pronunciata da un compagno di classe, dal fratello maggiore, oppure lo ha colpito per il particolare suono. E lui la ripete, per curiosità, per sentirsi anche lui grande e importante. Impossibile fare in modo che il bambino non ne entri mai in contatto: anche se in famiglia si mantiene un linguaggio il più possibile pulito, è impossibile isolare il piccolo dal contesto dilagante delle parolacce teletrasmesse anche in orari non consoni ai bambini. Ormai le parolacce si sentono ovunque e purtroppo sono state sdoganate anche dai programmi televisivi. L’importante è che il bambino capisca che, anche se le brutte parole esistono, vanno usate il meno possibile e soprattutto sono proibite in particolari momenti, per esempio a scuola.

 

Quando inizia a comprenderne il senso

Fino ai tre anni la parolaccia viene in genere utilizzata dai piccoli al solo scopo di verificare l’effetto che questa ha sugli adulti, è solo a partire dai quattro anni circa che ne percepisce la piena consapevolezza. Dopo i quaranta mesi circa il bambino è in grado di comprendere il potere di una parolaccia: si rende conto di offendere qualcun altro pronunciandola e di essere considerato maleducato, insomma sa di provocare un effetto su chi lo ascolta. Lo sa perché lo stesso avverte lui quando sente un amico più grande parlare male. Quindi da questa età,  se il bambino dice una parolaccia lo fa a ragion veduta. Sa che a mamma e papà non piace ascoltarla, quindi se la pronuncia manda un segnale agli adulti: spesso desidera essere ascoltato, oppure ha un problema che non riesce a comunicare a mamma e papà e quindi spera in questo modo di indurre una reazione. Ed infine,  è un modo per dimostrare che sta crescendo e quindi adottando un linguaggio nuovo comunica ai genitori che sta acquisendo una sua personalità.

 

Mai sgridare, meglio far finta di niente

L’obiettivo del bambino è colpire e scandalizzare: se reagiamo male e lo sgridiamo lui avrà raggiunto l’obiettivo, meglio provate a far finta di niente. Se però questo non funziona o se il piccolo usa abitualmente termini volgari, meglio parlarne direttamente con lui. Al bambino va chiesto, senza inutili imbarazzi, se conosce il significato di quello che dice: molto probabilmente no e quando gli verrà spiegato restarà molto colpito. La spiegazione va accompagnata con la condanna per l’uso di una espressione che le regole di buona educazione bandiscono dal linguaggio quotidiano. Si deve restare coerenti con questa spiegazione e soprattutto non transigere su un punto: non può scappare la parolacce a scuola, durante l’attività sportiva, oppure per rivolgersi agli adulti. L’attenzione di un insegnante, di un istruttore va sempre ricercata con educazione, chiedendo scusa e alzando la mano: crescendo, il bambino capirà che è una tattica molto più gradevole ed efficace.

 

Lina Rossi

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