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Neonati a lingua sciolta

marzo 27, 2001 12:00 pm

Il balbettio dei bebè riproduce il suono e la velocità del linguaggio con cui la madre si rivolge loro Potremmo definirla la “lingua madre” per antonomasia, l’origine di tutte le lingue. Si tratta della “lallazione” ovvero il balbettio dei bambini che dopo i primi gorgheggi e i primi suoni emessi, cominciano ad articolare prima rumori,…

Il balbettio dei bebè riproduce il suono e la velocità del linguaggio con cui la madre si rivolge loro

Potremmo definirla la “lingua madre” per antonomasia, l’origine di tutte le lingue. Si tratta della “lallazione” ovvero il balbettio dei bambini che dopo i primi gorgheggi e i primi suoni emessi, cominciano ad articolare prima rumori, poi vere e proprie sillabe o fonemi.
Se fino a qualche anno fa si riteneva che questi curiosi suoni fossero semplicemente accidentali, si è invece scoperto che in questo modo i bambini rispondono alla prosodia, ovvero alla cadenza, al ritmo del modo in cui si esprime e parla la madre, e non alle parole. Solo successivamente cominciano a capire che dietro quegli strani effetti acustici si nascondono le parole, e questo, come sostiene il professor John Locke, linguista dell’Università di Cambridge, accade a tutte le latitudini.

In sostanza, il cervello umano, per ciò che riguarda la zona delegata all’organizzazione del linguaggio, risente di influenze ambientali che hanno origine durante la vita fetale. I bambini nascerebbero quindi già dotati di strumenti atti a sviluppare una certa capacità ad avvertire le differenze tra tutti i suoni che arrivano alle loro orecchie dal mondo esterno.
A questo proposito sono numerosi gli studi già compiuti. Il fluire del balbettio risulterebbe più intenso dai 3 ai 6 mesi per poi diminuire quando le sillabe iniziano ad essere organizzate per indicare qualcosa del mondo esterno. In effetti, come sostiene lo stesso Desmond Morris, se tra i 6 e i 7 mesi i genitori parlano con loro, i bambini smettono di balbettare e stanno ad ascoltarli. Secondo recenti studi, tutti i bambini, già a sette mesi, sarebbero in grado di percepire l’organizzazione di una frase all’interno di un discorso più articolato, e questo anche prima di imparare a parlare.

La teoria è inoltre suffragata dai risultati scientifici: è stato osservato che l’attività elettrica del cervello di un neonato cambia quando il bambino ascolta storie in cui si verificano continui cambiamenti di parole. Mostrando così che l’apprendimento della grammatica avviene prima di conoscere il valore delle parole. Inoltre, è stato appurato che nei primi mesi di vita il numero di connessioni cerebrali aumenta fino a venti volte rispetto alla nascita e raggiunge la piena maturità infantile delle funzioni di memoria intorno ai nove mesi di vita.
Gli scienziati hanno inoltre stabilito la progressione con cui i neonati acquistano padronanza nell’uso delle parole. Paragonato ad un adulto, che impiega circa 400 millesimi di secondo per risalire ad un termine preciso conoscendone solo il prefisso, un neonato di 15 mesi impiegherà, per la stessa operazione, più di un secondo. Tale frazione di tempo si riduce a circa 800 millisecondi a diciotto mesi e a 600 a due anni circa. A quel punto della vita di un bambino la funzione della parola si specializza e passa dal controllo di entrambi gli emisferi solo a quello sinistro, dove il lobo temporale controlla le regole grammaticali. E’ stato inoltre dimostrato che la rapidità a parlare, in un bambino molto piccolo, deriva dal fenomeno del “parentee”, cioè il linguaggio che un adulto usa con un bambino. Una madre particolarmente loquace permetterà al figlio di 20 mesi di conoscere 131 parole in più del figlio di una mamma tendenzialmente taciturna, quota che si stabilirà in 295 a due anni.

 

Giancarlo Strocchia

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