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Ittero del neonato, quando preoccuparsi

novembre 10, 2017 9:59 am

Una tinta giallastra del viso, degli occhi e del corpo, l’impressione è quella di un volto abbronzato, in realtà si tratta di ittero, la colorazione giallastra frequente nei neonati

L’ittero, una colorazione giallastra che compare sul viso dei neonati nei piccoli nei primi giorni di vita, nella maggior parte dei casi, è una manifestazione assolutamente naturale, destinata a risolversi da sola entro pochi giorni. Se, al contrario, non scompare nel giro di poco tempo, si renderà allora necessario ricorrere ad esami del sangue e terapie adeguate.

 

Facciamo la conoscenza con l’ittero

L’ittero è la manifestazione visibile dell’eccessiva presenza, nel sangue del bambino, di bilirubina, prodotto della degradazione dell’emoglobina, una proteina presente nei globuli rossi con la funzione di trasportare ossigeno in tutti gli organi del corpo. La bilirubina è di color giallo-verdastro: proprio per questo motivo conferisce alla pelle la tinta gialla. Nell’utero materno, il feto riceve l’ossigeno soltanto attraverso il cordone ombelicale: il livello di ossigenazione è molto basso, quindi l’organismo produce una altissima quantità di globuli rossi con il compito di rifornire di ossigeno il corpo. Dopo la nascita, i polmoni del bambino cominciano a funzionare a pieno ritmo, come succede poi per tutto il resto della vita. La respirazione permette l’immissione di una quantità di ossigeno decisamente più elevata. Non è quindi più necessaria la presenza di tanti globuli rossi: queste cellule, inutilizzate, vengono quindi progressivamente distrutte, formando la bilirubina conferendo così alla pelle e alla sclera, la parte bianca dell’occhio, la particolare colorazione giallastra. L’ittero, quando compare, si manifesta tre-quattro giorni dopo la nascita: per alcuni piccoli, la colorazione scompare molto presto. In altri, permane anche per una settimana, dieci giorni o più.

 

Nessun rischio per il bebè con la presenza di ittero

L’ittero non comporta rischi, se scompare presto e se, a parte la tinta gialla, il bimbo sta bene, mangia con appetito e dorme senza problemi. Se l’ittero continua per diversi giorni e non accenna a diminuire e se la concentrazione di bilirubina è superiore a 20 mg per decilitro di sangue, è bene ricorrere ad esami più approfonditi, per escludere la presenza di patologie come la malattia da fattore Rh. Si deve inoltre cercare di abbassare il livello di bilirubina: una grande quantità di questa sostanza, a lungo andare, può rivelarsi tossica per il bebè. Oggi si ricorre ad un metodo semplice, efficace e assolutamente innocuo: la fototerapia. Consiste nell’esporre il bambino a speciali lampade che emettono raggi della frequenza degli ultravioletti, in grado di favorire la progressiva eliminazione della bilirubina.

 

Qualche volta è una vera malattia

Qualche volta l’ittero può essere il segnale della malattia da Rh, o malattia emolitica. Il fattore Rh è una caratteristica dei globuli rossi di circa l’80% degli individui. Le persone che possiedono il fattore Rh sono dette Rh positive, quelle che ne sono prive sono a fattore Rh negativo. Se una donna in gravidanza è Rh negativa e il suo bambino è Rh positivo, ci può essere rischio di malattia emolitica. Durante la gestazione o il parto, piccole quantità di sangue del bambino passano nel sangue della madre. I globuli rossi del piccolo, che contengono il fattore Rh positivo, sono avvertiti come estranei, come intrusi da quelli materni che non lo possiedono. L’organismo della madre reagisce producendo anticorpi, sostanze che attaccano e distruggono i globuli rossi invasori. Si verifica allora la malattia emolitica: viene quindi prodotta una grande quantità di bilirubina, che passa poi nel sangue del bambino e può provocare danni. L’ittero da malattia emolitica si può verificare anche quando la mamma è di gruppo sanguigno 0 e il bimbo appartiene al gruppo A o B, per lo stesso meccanismo. In questo caso, però, il bimbo non corre alcun rischio. Per la prima gravidanza, il pericolo di malattia emolitica è praticamente nullo, poiché l’organismo non fa in tempo a produrre anticorpi. Anche per la seconda e la terza il rischio è piuttosto basso: su cento donne Rh negative, solo tre producono anticorpi, negli altri 97 casi non accade assolutamente nulla. I rari casi a rischio possono essere affrontati dalla medicina, che oggi ha compiuto grandi passi nella prevenzione della malattia da fattore Rh negativo.

 

Lina Rossi

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