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La malattia celiaca non ha la sua genesi nello svezzamento

giugno 26, 2015 9:21 am

Quando la diagnosi conferma il sospetto, nei genitori fa capolino il senso di colpa: sarà perché non ho curato bene lo svezzamento. Per gli esperti non è questo il problema.

Il bambino con la malattia celiaca se ingerisce alimenti che contengono glutine: pasta, pane, biscotti e tanti altri alimenti e perfino alcuni farmaci, è soggetto a diversi disturbi, dai dolori addominali alla dissenteria ai disturbi della crescita. I dubbi che assalgono i genitori sono tanti: sarà colpa mia? Avrò fatto qualcosa di sbagliato in gravidanza? Oppure è colpa dello svezzamento? Sono pensieri che non si dovrebbero avere: secondo uno studio italiano pubblicato sul New England Journal of Medicine, qualunque sia il momento in cui si introduce il glutine nello svezzamento, questo non influenza la probabilità di avere la malattia celiaca. Gli stessi ricercatori hanno anche provato che l’allattamento al seno, sicuramente da perseguire, sicuramente benefico per mille altri motivi, non ha effetti particolarmente protettivi sulla celiachia.

Quando è il momento di introdurre il glutine
La ricerca è stata condotta su oltre 700 bambini in 20 Centri di tutta Italia, per fare chiarezza su un tema controverso: quando sia il momento giusto per introdurre nello svezzamento i cibi a base di glutine, visto che le tendenze erano assai diverse tra di loro. Alcuni esperti suggerivano di introdurre il glutine in una finestra tra i quattro e i sei mesi di vita: non prima e non dopo, perché in quel periodo il sistema immunitario sarebbe particolarmente attivo. Un’altra tendenza sosteneva invece di ritardare l’introduzione di cibi con glutine, soprattutto se in famiglia erano presenti altri casi di celiachia. Gli esperti dell’Università Politecnica delle Marche di Ancona hanno avviato una sperimentazione rigorosa, già diversi anni fa: alcuni dei piccoli partecipanti hanno assunti il glutine a sei mesi, altri a dodici mesi. Tutti sono stati seguiti per dieci anni, per capire se vi fosse una correlazione fra la comparsa della celiachia e le modalità di allattamento e svezzamento. È emerso che il momento di introduzione del glutine non influenza in alcun modo il rischio successivo di celiachia.

Più attenzione per i piccoli a rischio
Va posta però più attenzione dei bambini definiti ad alto rischio di malattia celiaca, ossia nei piccoli che possiedono due copie del gene HLA-DQ2 e che per questo hanno il doppio di probabilità di ammalarsi. In questi casi è meglio attendere fino all’anno di vita prima di introdurre il glutine: questa sembra essere una strategia che, almeno in parte, ha un effetto protettivo. In questi bambini con alto rischio, la celiachia compare ben presto: nell’80% dei casi entro i primi tre anni di vita, nella quasi totalità entro cinque anni. Sarebbe quindi opportuno effettuare a tutti i nuovi nati uno screening precoce, già subito dopo la nascita, per individuare chi possiede due copie del gene. I soggetti positivi potrebbe intraprendere strategie protettive, come l’introduzione ritardata del glutine nella dieta o la vaccinazione anti-rotavirus, un’infezione che sembra aumentare il pericolo di celiachia. Questi bambini, all’inizio della scuola elementare, dovrebbero essere sottoposti a test veri e propri come l’esame del sangue per il dosaggio degli auto-anticorpi tipici della malattia. In questo modo, sarebbe possibile individuare presto la celiachia e quindi iniziare la dieta gluten free, per evitare disturbi durante la crescita.

Lina Rossi

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