Famiglia: Leggi e Diritto

Dimostrata la correlazione tra obesità materna e rischio bambini autistici

23 aprile 2012 in La gravidanza

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Non rischiano solo ipertensione, gestosi e parto prematuro: le donne diagnosticate obese corrono un ulteriore rischio, quello di mettere al mondo un bambino con problemi neurologici e problemi di autismo.

Le mamme obese corrono un maggior rischio di andare incontro a diabete gestazionale, ipertensione arteriosa, gestosi. Ma questo lo si sapeva già. La novità, non certo confortante, è che un pezzo in eccesso, classificato come obesità, può essere legato a un aumentato rischio di mettere al mondo un bimbo con problemi di autismo. Lo sostiene una ricerca della University of California Davis MIND Institute, pubblicato sulla rivista Pediatrics. L’indagine ha arruolato oltre mille donne in gravidanza, incentrando specificamente l’attenzione sulla correlazione tra peso in eccesso, spesso legato ipertensione e disordini metabolici e lo sviluppo di problemi neurologici a carico del bambino in arrivo.

Il glucosio influenza le cellule nervose?
I ricercatori statunitensi sostengono che le donne in attesa con problemi di obesità corrono un rischio maggiore del 67%, rispetto alle donne normopeso, di avere un figlio affetto da autismo. Il rischio è addirittura doppio per altri problemi neurologici e ritardo mentale. Anche se non soggetti ad autismo vero e proprio, i figli di donne obese, con diabete o ipertensione sono soggetti a deficit neurologici, difficoltà di comprensione del linguaggio e di verbalizzazione, ridotte capacità intellettuali e motorie. Inoltre, i bambini mostrano disagio nella socializzazione con i coetanei. La difficoltà più evidente è stata quella nella produzione del linguaggio: i figli di donne con peso in eccesso e disordini metabolici sono notevolmente più indietro per quanto riguarda i processi di verbalizzazione, di formazione delle parole e di comunicazione, rispetto ai coetanei figli di mamme non obese. I ricercatori collegano i problemi neurologici all’esposizione di una maggiore quantità di glucosio in eccesso durante la vita fetale: evidentemente l’elevata quantità influenza in modo negativo lo sviluppo neuro-cerebrale. L’epidemiologa Paula Krakowiak, autrice dello studio, ha richiamato l’attenzione sulle implicazioni sociali dell’obesità anche sotto questo aspetto: poiché la percentuale di donne americane obese, già elevata, è in aumento, potrebbero essere sempre più numerosi i bimbi con ritardi neurologici. Tutto questo influirà pesantemente sulla loro vita e anche sulla salute pubblica in generale.

Autismo, un disturbo complesso
La scoperta americana può aiutare a fare luce sulle cause che portano all’autismo, un disordine neurologico spiegato finora su basi genetiche ma sicuramente dovuto a una molteplicità di fattori. L’autismo colpisce soprattutto i soggetti di sesso maschile. È un disturbo di tipo neurologico che limita l’espressione linguistica, lo sviluppo cognitivo e la vita relazionale di una persona. In genere le prime manifestazioni dell’autismo sono evidenti a due - tre anni di età, quando il bambino inizia a staccarsi dalla figura materna e da un mondo in cui lui stesso è la figura principale, per cominciare a relazionarsi e a socializzare con la realtà esterna. A questa età, inoltre, il vocabolario si arricchisce di nuovi termini e il gioco diventa più articolato e complesso. Il segnale caratteristico dell’autismo è l’isolamento. Fin dai primi anni i piccoli con questo problema non rispondono al loro nome, evitano lo sguardo e appaiono inconsapevoli dei sentimenti altrui e della realtà che li circonda. Le persone soggette ad autismo presentano deficit nelle aree di comunicazione, immaginazione e interazione sociale. Mostrano inoltre, serie difficoltà a mettere in atto contatti affettivi con la madre e con gli altri adulti, a intrattenere relazioni sociali e amichevoli con i coetanei. Nella prima infanzia inoltre, hanno problemi a sviluppare modalità di giochi costruttivi, essenziali per il processo di socializzazione, crescita e di esplorazione del mondo. È compito dei genitori controllare il proprio figlio, nel corso dei primi anni di vita, affinché raggiunga e superi quelle che gli esperti chiamano le “tappe delle abilità”, ovvero, le competenze linguistiche, sociali e relazionali commisurati all’età. Se questo non accade, il fatto va segnalato al pediatra, che potrà suggerire una valutazione neurologica.

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Dott.ssa Rosalba Trabalzini
Psichiatra, psicoterapeuta, laureata in psicologia medica

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