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Cordone ombelicale, perché donarlo

aprile 22, 2010 12:39 pm

Non costa nulla e costituisce una speranza di guarigione per tanti malati. La donazione del sangue cordonale va incentivata, nonostante le difficoltà legate al trasporto. Quando si avvicina la data del parto, è del tutto normale che la mamma pensi esclusivamente a quell’evento, al suo bambino, a come starà. E’ un “egoismo” naturale. Ma è…

Cordone ombelicale, perché donarlo

Non costa nulla e costituisce una speranza di guarigione per tanti malati. La donazione del sangue cordonale va incentivata, nonostante le difficoltà legate al trasporto.

Quando si avvicina la data del parto, è del tutto normale che la mamma pensi esclusivamente a quell’evento, al suo bambino, a come starà. E’ un “egoismo” naturale. Ma è importante sapere che proprio questo giorno indimenticabile può diventare l’occasione per compiere un semplice gesto di generosità: donare il cordone ombelicale. Un gesto che può aiutare altri bambini, affetti da leucemia e linfomi, a tornare alla vita, senza attendere la difficile possibilità di un trapianto di midollo osseo.

Una “miniera” di cellule preziose
Il cordone ombelicale, che normalmente resta inutilizzato, contiene sangue ricco di cellule staminali (dal latino stamen, il filo da cui nasce il tessuto), identiche a quelle presenti nel midollo osseo, capaci di generare globuli rossi, globuli bianchi e piastrine, cioè gli elementi fondamentali del nostro sangue. Cellule preziosissime per la loro naturale capacità di “ricostruire” organi e tessuti danneggiati, anche di origine differente. Il sangue placentare, detto anche cordonale appunto perché viene prelevato dal cordone ombelicale, è dunque una importantissima risorsa per la cura di numerose malattie. Il sangue che rimane dopo il parto nella placenta, l’organo spugnoso che nutre il feto durante la vita all’interno dell’utero, un tempo era considerato un prodotto di scarto. Oggi, invece, rappresenta la materia prima per terapie all’avanguardia che da tempo vengono impiegate con successo, in alternativa al trapianto di midollo osseo (che richiede un ben più invasivo intervento, un donatore compatibile nell’ambito familiare o nei registri internazionali dei donatori volontari e una lunga attesa), nella cura delle leucemie, nelle patologie immunologiche, nelle forme patologiche di anemia e di linfomi. In un prossimo futuro sarà forse possibile utilizzarlo anche per la cura del diabete. Le cellule staminali, una volta trapiantate mediante trasfusione nell’organismo, si collocano nel midollo osseo e si riproducono, originando tutti gli elementi del sangue.

Il prelievo passo dopo passo
Il prelievo del sangue cordonale avviene in modo facile e indolore, senza alcun rischio o sofferenza per la mamma o per il bimbo. Viene eseguito infatti poco prima del secondamento, cioè prima dell’espulsione della placenta, quando il bambino è già nato e il cordone è ormai stato reciso. Il prelievo consiste nell’aspirare il sangue dal cordone ombelicale per poi raccoglierlo in una sacca sterile. A questo punto il sangue viene analizzato ed etichettato. Poi, entro 36 ore dalla donazione, deve essere congelato e può essere conservato per 10 anni in azoto liquido a 196 gradi sotto zero. I dati di ogni provetta di sangue stoccato vengono inviati alle banche di sangue cordonale. Queste in Italia sono 18, ma sono più di 300 gli ospedali attrezzati per la raccolta e l’invio di sangue. La distribuzione dei punti nascita e delle banche, pur sufficiente, non è però adeguata in tutte le regioni d’Italia. Spesso la distanza tra il luogo dove la donna decide di partorire e la banca che potrebbe accogliere il cordone è troppo grande e i tempi di trasporto molto lunghi, tanto da non permettere alla donna di donare. La generosità di molte mamme e l’utilità delle staminali dei loro cordoni non riescono quindi a essere impiegati.

Occorrono il consenso e qualche esame
Gli esperti ribadiscono comunque l’importanza di incentivare la donazione del cordone, nonostante le difficoltà logistiche. Se tutte le neomamme donassero il proprio cordone per scopo altruistico, ci sarebbe una maggiore quantità di unità cordonali a disposizione e quindi ciascuno avrebbe maggiori probabilità di trovare quella compatibile nel caso di una malattia del sangue, come una leucemia, un linfoma. Nel nostro paese sono attualmente conservate circa 22.000 unità cordonali, ma sarebbe importante cercare di portare l’inventario delle unità disponibili per il trapianto ad almeno tre volte questo numero. I requisiti alla donazione, d’altra parte, sono veramente semplici. Per diventare donatrice, la neomamma deve solo dare il consenso e sottoporsi a due esami del sangue: uno prima del parto e l’altro dopo sei mesi, per escludere la presenza di alcune malattie infettive (sifilide, Epatite B/C, infezione da HIV). Per avere informazioni la mamma può rivolgersi al ginecologo, alle ostetriche dei corsi per gestanti, oppure all’Adisco, l’Associazione donatrici italiane sangue cordone ombelicale, che ha sedi in diverse città italiane.

In Rete:
Il sito dell’Adisco

 

Angela Salini

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