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Ecco a cosa serve il secondamento

agosto 5, 2009 12:36 pm

Al termine del parto, il corpo ha bisogno del tempo necessario per espellere la placenta ormai inutile. Alcune contrazioni facilitano questa fase del tutto indolore e naturale. Improvvisamente tutto è finito, la testa e poi il corpo del bambino scivolano fuori, e con enorme sollievo vi rendete conto che è fatta. Finalmente vostro figlio è…

Ecco a cosa serve il secondamento

Al termine del parto, il corpo ha bisogno del tempo necessario per espellere la placenta ormai inutile. Alcune contrazioni facilitano questa fase del tutto indolore e naturale.

Improvvisamente tutto è finito, la testa e poi il corpo del bambino scivolano fuori, e con enorme sollievo vi rendete conto che è fatta. Finalmente vostro figlio è nato ed è già tra le vostre braccia. Potete finalmente vederlo e toccarlo per la prima volta. Ma, anche se sembra il contrario, questo per voi non è ancora il capitolo finale dell’avventura durata nove mesi, perché ora alla neomamma spetta l’ultima fatica: il secondamento, cioè la fase conclusiva del parto, chiamata così proprio perché indica l’espulsione della placenta e degli annessi fetali, che infatti escono dopo la nascita del neonato.

L’espulsione della placenta
Fino a qualche minuto prima placenta e annessi fetali hanno svolto il prezioso compito di proteggere e nutrire il bambino per nove mesi: la placenta è l’organo che ha portato nutrimento e ossigeno al feto e si presenta come un disco di 16-18 centimetri di diametro più spesso al centro e più sottile ai lati; il cordone ombelicale è un fascio di vasi che collega la placenta al feto, lungo circa 50 centimetri; le membrane amniocoriali costituiscono il sacco gestazionale che contiene il liquido amniotico, difendono il bambino dalle infezioni che potrebbero risalire dalla vagina e attutiscono eventuali colpi o traumi provenienti dall’esterno. Tra tre e quaranta minuti dopo la nascita del bambino, il cordone smette di pulsare e l’utero comincia a contrarsi. A questo punto la placenta, di cui non c’è più bisogno, si separa dalla parete uterina e viene espulsa attraverso il collo dell’utero e la vagina. Le contrazioni successive, oltre a riportare l’utero alle dimensioni precedenti, restringono anche i vasi sanguigni che collegavano la placenta alla parete interna dell’utero, evitando così il rischio di emorragie che possono seguire al parto. L’espulsione della placenta e degli annessi fetali è un evento del tutto indolore e naturale.

I tempi della fase finale
In qualche caso il secondamento può avvenire subito dopo la nascita del bebè, senza che la donna abbia neppure il tempo di rendersene conto. Più spesso invece occorre qualche minuto (al massimo entro un’ora dal parto), ma in genere l’espulsione avviene spontaneamente e non c’è bisogno di aiuto. In alcuni casi invece la placenta può rimanere parzialmente o completamente inespulsa e in questo caso è necessario un intervento mirato del ginecologo. Nell’attesa che si verifichi il processo di distacco della placenta e degli annessi fetali, la neomamma resta in sala parto sotto osservazione del personale medico. Per facilitare il processo di espulsione, oltre al susseguirsi delle contrazioni spontanee, l’ostetrica e il ginecologo possono esercitare una lieve pressione sul ventre della donna o decidere di somministrarle una piccola dose di ossitocina, tramite un’iniezione nel cordone ombelicale.

La verifica conclusiva dell’ostetrica
Sia che venga espulsa naturalmente, sia che venga estratta dal medico, la placenta deve essere esaminata accuratamente dall’ostetrica, per constatare che sia intera. Questa verifica è indispensabile perché, se mancassero delle parti, si renderebbe necessario l’intervento del medico e, forse, una revisione uterina, per scongiurare disturbi seri come emorragie, dolori e infezioni. Se i frammenti sono piccoli possono essere espulsi spontaneamente con le lochiazioni (secrezioni attraverso cui vengono eliminati, nei giorni successivi al parto, i residui di mucosa dall’interno dell’utero) ma è preferibile che il medico proceda al loro distacco con manovre manuali. L’operazione ha la durata di circa 5 minuti e si effettua dopo avere praticato una leggera anestesia generale, necessaria per evitare che la donna senta dolore e per favorire il massimo rilassamento della muscolatura uterina. Se invece i residui sono più grandi, si effettua una revisione uterina (una sorta di raschiamento), un breve intervento in anestesia generale, della durata di 10-15 minuti, necessario a ripulire completamente la cavità dell’utero.

 

Angela Salini

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