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Non solo obiettori di coscienza nei reparti maternità

ottobre 24, 2016 9:31 am

Una giovane donna ha perso la vita durante un aborto spontaneo di due gemelline al quinto mese. Il medico presente in corsia non è intervenuto perché obiettore di coscienza.

Con la legge 194/78, art. 9, si riconosce il diritto dei medici a sollevare obiezione di coscienza davanti alla richiesta di interruzione di gravidanza. Nello stesso articolo, però, si dichiara che la decisione della donna di abortire deve essere comunque garantita e che le devono essere riservate tutte le tutele e attenzioni. Purtroppo, così non è in troppi reparti di ginecologia su tutto il territorio nazionale, ci sono troppi medici obiettori di coscienza. In alcuni ospedali, gli obiettori sono addirittura 9 su 10.

Di che cosa si tratta
L’obiezione di coscienza è la possibilità, da parte del medico, di rifiutare di intervenire in caso di richiesta di una interruzione volontaria di gravidanza, se questo contrasta con i propri principi morali e le proprie convinzioni. È un diritto sancito nell’articolo 9 della legge sull’aborto, lo stresso che garantisce le tutele per la richiedente. Si tratta però di una norma contraddittoria, la sua applicazione ha sollevato e continua a sollevare problemi di interpretazione perché non esprime con chiarezza e soprattutto non offre una adeguata alternativa alla donna. La legge 194 prevede l’obiezione di coscienza ma non la regola in modo adeguato. Non esiste un servizio sostitutivo per i medici che fanno obiezione di coscienza, spesso le donne e le coppie vengono lasciate a se stesse e sono costrette a vagare, o a sentire su di sé il peso delle critiche.

Il diritto della donna all’assistenza
Tempo fa in un convegno sull’obiezione di coscienza in Italia sono state proposte alcune soluzioni. Tra queste, la possibilità di creare un albo pubblico dei medici obiettori di coscienza, in modo che le coppie sappiano quali strutture evitare e di indire concorsi pubblici riservati a medici non obiettori per gestire i servizi di interruzione di gravidanza. È giusto che un medico possa obiettare, ma non si può negare che i ginecologi sanno quello cui vanno incontro scegliendo la professione medica e questo può prevedere anche la necessità di effettuare una interruzione di gravidanza. In primo luogo quindi durante il percorso di studi si dovrebbe evidenziare il fatto che esercitare la professione di ginecologo significa anche prestare la propria assistenza nel rispetto della salute della donna anche se contraria al proprio credo personale.

Obiezione di coscienza in Italia
Per poter esercitare il proprio diritto all’obiezione di coscienza, oggi è necessario compilare una dichiarazione scritta da presentare all’Ordine dei Medici, al Presidente o Dirigente del Servizio igiene e profilassi della ASL di appartenenza e, se si ha un rapporto di lavoro con una struttura in cui si praticano gli aborti, al Direttore sanitario. Secondo i sostenitori dell’obiezione di coscienza, eliminare l’obiezione sarebbe una grave sconfitta dei diritti umani e un regresso culturale e questo anche quando l’aborto è terapeutico e non decisionale. La Consulta ha riconosciuto il diritto alla vita del concepito e secondo questo criterio non si può cancellare l’istituto che vuole dare voce a chi non ha voce. Gli obiettori infatti si mettono dalla parte dell’essere più debole e indifeso, ossia il bambino non ancora nato. Questo è giusto, perché la vita va tutelata. Ma deve essere tutelata anche la vita di una persona già nata, cioè la donna e il buon medico deve essere in grado di valutare fino a che punto è corretto salvare la vita di una creatura ancora allo stato embrionale o salvare quella della donna che magari ha già altri figli da accudire.

Dott.ssa Rosalba Trabalzini
Responsabile Scientifico di Guidagenitori.it

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