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Aggressività, correlazione con i videogiochi. Attenzione a cosa si regala

aprile 1, 2014 9:30 am

Nove su dieci: sono i ragazzini che quotidianamente giocherellano con i videogiochi e, purtroppo, sono in molti a farsi condizionare psicologicamente dalla realtà virtuale. Per loro non è facile riconoscere le due aree.

Non è sempre facile uscire dalla realtà virtuale, ecco perché i bambini non sono ancora capaci di distinguere tra violenza artefatta e quindi scenica dalla violenza reale e davvero pericolosa. Per questo, non basta spegnere la console per mettersi al sicuro: le emozioni vissute attraverso il gioco continuano anche nella vita reale e i bambini possono così pensare che pugni, aggressioni e comportamenti eccessivi siano qualcosa di accettabile.

Giochi violenti stimolo all’aggressività
Osservare le emozioni dei bambini durante l’esecuzione di un videogioco aiuta a comprendere i meccanismi psicologici che possono influenzare le azioni nella vita reale. Questa osservazione è importante per aiutare genitori e pediatri a progettare interventi per mitigare gli effetti dei videogiochi: di questo sono convinti gli autori di uno studio appena pubblicato su Jama Pediatrics, diretti dal dottor Craig Anderson, psicologo alla Iowa State University. Secondo i ricercatori, oltre il 90% dei videogiochi classificati E10+, cioè adatti a ragazzi oltre i 10 anni, contengono scene di violenza, che però viene giustificata con la scusa che sia divertente e priva di conseguenze. In realtà, le immagini violente ed i suoni intensi provocano una distorsione nelle emozioni di un bambino e aumentano la tendenza all’aggressività. I ricercatori statunitensi, in collaborazione con il National Institute of Education di Singapore, hanno svolto uno studio triennale che ha coinvolto un totale di 3.034 bambini e adolescenti di sei scuole primarie e secondarie di Singapore, per la maggior parte maschi. I partecipanti, sono stati itngervistati una volta l’anno, all’inizio dello studio avevano tra 8 e 17 anni con una media di 11,2. I risultati hanno confermato: l’emulazione dei videogames violenti è dovuta a modifiche cognitive dell’aggressività indipendenti da sesso, tendenza naturale all’aggressività e controllo dei genitori.

Emozioni sbagliate, viste come positive
Con il gioco, inoltre, si creano relazioni virtuali che favoriscono la distanza dalle emozioni anche negative. Queste vengono, perciò, sempre più virtualizzate e, pertanto, difficilmente riconosciute come tali e come proprie. In particolare, i videogiochi violenti favoriscono comportamenti aggressivi che non consentono una rielaborazione dello stimolo negativo, ma generano forme di disinibizione comportamentale e desensibilizzazione emozionale, che vedono nella violenza un normale modo di sentire e di approcciarsi. Inoltre, si creano emozioni ossessivo-compulsive: con lo strumento si crea cioè una specie di rapporto di dipendenza, esattamente come succede con gli stupefacenti. Se il ragazzo è privato dell’oggetto desiderato va incontro a sintomi di astinenza come irritabilità, aggressività, nervosismo, azioni sconsiderate. Alcuni giochi sono anche fortemente diseducativi, perché hanno come protagonista un eroe negativo che guadagna tanti più punti, quanti più avversari riesce letteralmente a fare fuori. Questo viene definito dagli esperti: apprendimento rinforzato, ovvero ottenere un premio al raggiungimento di un certo risultato. In pratica si crea nel ragazzo la necessità di un comportamento negativo ed esagerato per ottenere gli stessi risultati dell’eroe e vivere emozioni che possono essere ricercate anche all’esterno, attraverso comportamenti sbagliati.

Come difendere i ragazzi
Anche per proteggere i bambini da questi rischi, nel 2002 è stato introdotto un bollino di riconoscimento – detto PEGI – che indica, per ogni singolo prodotto, l’età consigliata in funzione del contenuto. Ma non tutti i genitori sono a conoscenza di questo sistema di controllo familiare e di questi solo il 25% dichiara di consultarlo prima dell’acquisto di un gioco. Chi ha tuttavia sperimentato questo sistema di identificazione del prodotto ne riconosce – nell’80% dei casi – l’effettiva utilità. Solo il 13% – in particolare i genitori meno giovani – ne lamenta la scarsa comprensibilità. Esistono inoltre dei meccanismi di parental control, in grado di limitare il tempo di attività dei bambini permettendo quindi ai genitori di stabilire delle regole, conoscere i contenuti ai quali i propri figli sono esposti e decidere con chi i bambini possono giocare online. E infine, non si deve dimenticare l’alternativa: gli stessi ricercatori americani che hanno condotto l’indagine hanno scoperto che la pratica di una attività sportiva ha un forte effetto protettivo verso i danni legati ai videogiochi violenti, perché scaricano l’aggressività incanalandola correttamente nelle regole sportive, regalano valori sani e insegnano a vivere positivamente le emozioni.

Giorgia Andretti

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