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Tutte le leggi sulla genitorialità non sono sufficienti a garantire la maternità

maggio 31, 2012 12:02 pm

La nascita di un bimbo per la donna che lavora si trasforma in un declassamento a tutto tondo: carriera bloccata, difficoltà per ottenere un part-time e pochi i servizi per l’infanzia. Le difficoltà della maternità non sono mutate.

Se c’è qualcuno che merita l’appellativo di multitasking, di sicuro si tratta di una mamma, soprattutto se è una donna che lavora. Occuparsi della casa, dell’educazione dei bambini e far fronte a tutti gli impegni lavorativi richiede uno sforzo non da poco. Lo sanno bene tutte le mamme il cui lavoro è accresciuto in maniera esponenziale rispetto alle “colleghe” del secolo scorso. Nonostante siano passati tanti anni, le difficoltà delle mamme sono sempre le stesse quando si tratta di conciliare maternità e lavoro.

I diritti delle donne tra necessità ed realtà dei fatti
Flessibilità negli orari, asilo nido interno e part-time non dovrebbero risiedere solo nei sogni delle mamme. La realtà, purtroppo, non permette di godere dei privilegi che dovrebbero essere, al contrario, diritti delle mamme lavoratrici. Parliamo di quei diritti acquisibili da una nazione moderna e non disponibili. Sono molte le donne costrette a scelte drastiche, come rinunciare al proprio lavoro; altre più fortunate, possono contare sull’aiuto dei nonni, che sono baby sitter attenti, efficienti e, non ultimo, a costo zero. Altre ancora ripiegano sulla tata o cercano di destreggiarsi tra le mille difficoltà per far ammettere i figli nei pochi nidi pubblici. E non è detto che il dover stare lontane dal proprio bambino sia ripagato con la soddisfazione professionale. Sono sempre di più le donne che vivono una vera e propria ansia del rientro, nel timore di essere destinate a svolgere mansioni diverse rispetto alla propria professionalità acquisita quando addirittura non ci si trovi davanti allo spettro della riduzione dello stipendio. Timori che, purtroppo, spesso di traducono nella realtà per colpa dei pregiudizi nei confronti delle madri lavoratrici, errate convinzioni e stereotipi che vedono le madri incapaci di gestire attività di concetto perché prese dai bisogni dei figli. Anche le donne nubili o appena sposate vengono guardate con “sospetto” dalle aziende, il rischio di maternità è reale.

I dati su lavoro e maternità in Italia
I dati sull’impiego femminile in Italia, raccolti da una organizzazione internazione privata che si occupa di bambini e mamme, danno ragione alle mamme lavoratrici. Nel nostro paese il tasso di occupazione femminile è il più basso rispetto alla media europea: solo il 50% delle madri con figli lavora. Lo scarso livello delle politiche sociali a sostegno della famiglia ed i timori legati al cambiamento delle donne quando si trovano ad affrontare la nascita di un figlio, sono le due cause alla base di questo quadro poco edificante per il nostro paese. L’assurdità della situazione e che non ci troviamo in uno stato privo di norme garantiste: l’Italia è infatti ricca di leggi e testi a protezione della maternità. Ciò che manca è il coordinamento delle leggi ovvero una sinergia tra le parti finalizzata ad agevolare un momento così delicato per tutta la famiglia: la nascita di un bambino. Le normative emesse dal nostro parlamento, in tema di maternità, sono vaste ed articolate, frutto di numerose conquiste per raggiungere le tanto volute “Pari Opportunità”.

Tutte le leggi a tutela delle famiglie
La legge 53 dell’8 Marzo 2000, a sostegno della genitorialità, detta anche “Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità”, riporta una serie di indicazioni utili per capire i diritti dei lavoratori nel momento in cui decidono di diventare genitori. Qui sono esposte le norme che riguardano in primis l’astensione, obbligatoria e facoltativa, vale a dire la possibilità per uno o entrambi i genitori di rimanere a casa dal lavoro per i primi mesi di vita del bambino. Altro importante punto di riferimento è il D.lgs. 151/2001, che racchiude il Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità. Rappresenta una estensione dell’art.15 della sopra citata legge 53. Un fondamentale riconoscimento in questo senso sono senza dubbio i riposi giornalieri per allattamento, il divieto di licenziamento in caso di gravidanza, la tutela contro le discriminazioni ed il divieto di adibire a lavori pericolosi la donna in gravidanza. D’altra parte, la realtà economica che stanno vivendo le aziende oggi, sempre più strozzate dalla crisi, fa sì che i datori di lavoro fatichino a garantire i diritti. Ed ecco quindi che a farne le spese sono le mamme, troppo spesso emarginate sotto l’aspetto lavorativo a vantaggio dei lavoratori di sesso maschile. Il punto è proprio questo. In un paese all’avanguardia come il nostro, dove non mancano di certo i riferimenti normativi che tutelano la gravidanza, non si riesce a innescare un meccanismo adeguato che tuteli le mamme e non penalizzi le imprese.

L’impegno di tutti per raggiungere un equilibrio
Non è necessario quindi pensare a nuove norme, quanto piuttosto alla volontà delle parti sociali per applicarle realmente. Il giusto equilibrio tra realizzazione personale, professionale e familiare richiede un forte impegno da parte delle mamme, da parte delle aziende e dello stato che deve garantire l’instaurarsi delle condizioni favorevoli affinché la gravidanza venga vissuta con la serenità necessaria. Questo vuol dire creare forme di tutela, incentivazione e valorizzazione delle donne che le porti davvero a raggiungere “pari opportunità”. Valorizzare la figura della donna come mamma e moglie, significa permettere di coniugare carriera lavorativa e impegni personali senza dover scegliere tra l’una e l’altra. Affinché tutto questo diventi una realtà è necessario prevedere incentivi e facilitazioni. Le donne, sentendosi maggiormente garantite, potranno svolgere il proprio lavoro in modo più sereno e con meno stress, a tutto vantaggio della produttività e del benessere aziendale.

Sonia Chiappetta

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