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L’esercizio della patria potestà sui figli minori naturali al termine di una relazione

maggio 18, 2012 12:00 pm

L’art.317 bis riguarda l’esercizio della potestà genitoriale sui figli naturali. Ai sensi di questa norma, se i genitori decidono di interrompere la vita in comune, la potestà spetta unicamente al genitore convivente con il minore.

La Senatrice Alessandra Gallone è relatrice di  un disegno di Legge  – di rilevanza giuridica e sociale unanimemente riconosciuta –  riguardante i  minori: il DDL  n. 2805, sull’equiparazione tra figli naturali e legittimi. Da molto tempo, ormai, il Legislatore ha cercato di disciplinare in maniera completa questa annosa materia che coinvolge anche profili costituzionali, ma gli ostacoli sono stati molteplici. Oggi si è arrivati finalmente al punto di svolta, grazie anche all’impegno di chi – comela Senatrice Gallone- ha realmente creduto nella necessità di un cambiamento.

La incontriamo in Commissione Giustizia, a Palazzo Madama, proprio durante la seduta in cui  è stato approvato il DDL  n. 2805, recante “Disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali”.

     Senatrice Gallone, soffermiamoci sul DDL n. 2805, concernente l’equiparazione tra figli legittimi e naturali di cui Lei è relatrice: una materia annosa e complessa su cui da decenni si sta cercando, invano, di intervenire.

 Io amo definire questo provvedimento all’esame del Senato: “Legge di civiltà”. Nel 2012 non è assolutamente accettabile che i figli siano costretti a subire le conseguenza delle scelte di vita dei genitori. Occorre apprestare la medesima tutela ai figli, sia nel caso in cui nascano all’interno del matrimonio, sia nel caso in cui nascano fuori dal matrimonio.  Il nostro obiettivo, in qualità di Legislatore, deve essere essenzialmente quello di annullare qualsiasi “discriminazione” , a maggior ragione nei momenti di crisi del nucleo familiare, vale a dire, tanto nel caso di separazione/divorzio  dei genitori coniugati,  quanto nel caso di cessazione della convivenza more uxorio dei genitori non coniugati. La portata rivoluzionaria di tale DDL – di cui ho l’onore di essere relatrice, per il quale mi sto battendo strenuamente da quando sono entrata in Parlamento e che è finalmente in dirittura d’arrivo – consiste proprio nell’eliminazione dal Codice Civile di qualsiasi “aggettivazione” unita alla parola “figlio”.                                                                                                                                               In termini semplici, non avrà più alcuna valenza giuridica la distinzione tra figli naturali, legittimati,  adottivi. Ma non si tratta di una questione meramente formale o stilistica:  stiamo dando vita ad un cambiamento sostanziale che ci consentirà di dare concreta attuazione ai principi costituzionali, cristallizzati negli articoli 3 e 30, nonché di adeguarci a direttive comunitarie che non possono essere più disattese.  Tra le varie differenze che pongono i figli naturali su un piano deteriore rispetto a quelli legittimi, a titolo esemplificativo, potrei soffermarmi sulla norma contenuta nell’art. 258 del Codice Civile, da cui si evince che il figlio naturale non assume vincoli di parentela con i parenti del genitore che lo ha riconosciuto:  una norma obsoleta  e  discriminatoria che pregiudica il minore,  tanto dal punto vista affettivo, che da quello  successorio/patrimoniale.                                                                                                                                               Cassare norme del genere dal Codice Civile costituisce un dovere morale prima che giuridico.

Il Legislatore del 1975,  condizionato da un contesto sociale offuscato da visioni ormai superate, non ebbe il coraggio di  realizzare il processo di equiparazione tra “figli nati all’interno del matrimonio” e figli “nati al di fuori del matrimonio”.  I figli naturali vivono, pertanto, ancora oggi una condizione inaccettabile di discriminazione. Perché il Parlamento è rimasto inerte per così tanto tempo?

L’inerzia del Legislatore rinviene le sue origini in uno scontro tra giuristi: da un lato, infatti,  c’è chi ha sostenuto, correttamente, che la mancata equiparazione tra figli naturali e legittimi sia in contrasto con il disposto dell’art 30, terzo comma (secondo cui ” la Legge assicura ai figli nati fuori dal matrimonio ogni tutela giuridica e sociale…”) dall’altro, però, altri,invece,  hanno continuato a sostenere che dall’ art 29 della Carta emerge   come la famiglia sia un’istituzione fondata sul matrimonio e che, quindi, la equiparazione totale tra figli legittimi e naturali derogherebbe a tale principio costituzionale,  contemplato nel citato articolo 29 .                                                               In verità, la questione deve essere affrontata da un diverso punto di vista: il Legislatore, con il DDL n. 2805 non intende incidere assolutamente sul principio intangibile desumibile dall’art 29, ma intende focalizzare, in maniera doverosa, l’attenzione  sui diritti inviolabili dei minori che non possono essere pregiudicati a causa del modus vivendi che i propri genitori hanno adottato. Io personalmente ho una provenienza politica che, da sempre, pone al centro della sua azione la difesa della famiglia ma, al contempo, considerando il progressivo aumento delle separazioni e dei divorzi, ritengo che, eticamente oltre che  giuridicamente,  abbiamo il dovere di fornire ai minori una tutela che sia il più ampia possibile, cassando definitivamente coni d’ombra e norme ormai obsolete e anacronistiche.  Mi consenta una nota singolare e poco giuridica ma che dà la misura del nostro intento: io ho definito questa legge “la legge Filumena Marturano”. I figli sono figli e soprattutto sono uguali tra di loro e debbono esserlo di fronte alla Legge.

 Uno degli articoli del Codice Civile ritenuto maggiormente discriminatorio è l’art. 317 bis,  che riguarda l’esercizio della potestà genitoriale sui figli naturali. Ai sensi di questa norma, qualora i genitori decidano di interrompere la propria relazione sentimentale e quindi la vita in comune, l’esercizio della potestà spetta unicamente al genitore con cui il figlio minore convive. Alcune sentenze della Cassazione hanno, però,  di fatto disapplicato l’art 317 bis C.C., ritenendo che il medesimo sia stato abrogato tacitamente dalla Legge n. 54 del 2006 che ha introdotto l’esercizio congiunto della potestà in caso di separazione legale dei genitori.  Possiamo dire quindi che, su questa materia così complessa,la Cassazione, con una giurisprudenza creativa, si sostituisca al Legislatore, compiendo un lavoro di supplenza?

In effetti la ratio di questa Legge è  quella  di fornire  un sostegno all’autorità giudiziaria deputata a provvedere all’ applicazione nelle fattispecie concrete, proprio al fine di evitare quella  giurisprudenza creativa, cui lei ha fatto riferimento, che non è in  grado di assicurare la  linearità che una materia così annosa esige. Gli orientamenti giurisprudenziali, infatti, molto spesso sono tra di loro contrastanti e ciò crea una confusione giuridica che pregiudica i minori. Munus del Legislatore, nel caso di specie, è proprio quello di delineare un quadro normativo dai confini ben definiti , al fine di garantire maggiore serenità di giudizio all’autorità giudiziaria. In parole semplici, il giudice medesimo, che si trovi  in difficoltà nell’emettere una sentenza, potrà avere dei punti di riferimento precisi;  Il che consentirà di ottenere una maggiore uniformità tra le pronunce, evitando che fattispecie similari vengano decise in maniera totalmente opposta.

Gianluca Abbate
Avvocato specializzato in Diritto di Famiglia,
con attività di ricerca in Diritto Matrimoniale Canonico
presso la Pontificia Università San Tommaso D’Aquino in Urbe

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