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Tra qualche mese non ci saranno più differenze tra figli legittimi, naturali e adottati

maggio 8, 2012 11:41 am

La legge è al Senato, la Camera dei Deputati lo scorso anno ha votato il testo unificato volto ad eliminare la distinzione tra figli legittimi e figli naturali, affermando il principio di “unicità dello stato giuridico dei figli”.

Questo provvedimento è ora al vaglio del Senato e, dopo molte difficoltà operative, dovrebbe finalmente diventare, a breve, Legge dello Stato la tanto agognata equiparazione tra figli legittimi, ossia quelli nati all’interno del matrimonio e figli naturali, ossia quelli nati al di fuori del matrimonio ma riconosciuti da uno o entrambi genitori.
Lo stato giuridico dei figli naturali
Addentrandoci su un tema molto complesso, che tocca profili propri della Carta Costituzionale, è necessario soffermarci sul concetto giuridico di “filiazione naturale”, attraversato da numerose ombre che hanno spesso determinato per i figli naturali una situazione di “discriminati”, in contrasto con i principi inviolabili desumibili da un’interpretazione corretta degli articoli 3 e 30 della Costituzione. Esistono, all’interno del nostro ordinamento, due fatti idonei a determinare l’acquisto dello stato di figlio naturale, ossia l’atto di riconoscimento da parte del genitore, oppure la sentenza che chiude un giudizio ad hoc e che ha natura dichiarativa. In termini molto semplici, possiamo definire il riconoscimento come l’atto formale mediante il quale il dichiarante assume di essere genitore di un proprio figlio nato al di fuori di un rapporto matrimoniale. Al fine del riconoscimento si possono distinguere tre categorie di figli naturali:

  • la prima è rappresentata da quelli che vengono denominati “figli naturali in senso stretto”, ossia nati da genitori liberi, vale a dire non vincolati da alcun rapporto matrimoniale né tra loro, né con terze persone. Come nella legislazione antecedente alla riforma del Diritto di Famiglia del 1975, anche nel vigente sistema non esiste alcuna limitazione per riconoscere questa categoria di figli naturali;
  • la seconda categoria è quella dei “figli adulterini”, vale a dire dei figli nati da un’unione tra genitori dei quali, almeno uno era legato da matrimonio con un’altra persona al momento del concepimento. Prima della riforma del Diritto di Famiglia, i figli adulterini potevano essere riconosciuti solo dal genitore che, al tempo del concepimento, non era unito in matrimonio. Il Legislatore del 1975 ha abbandonato l’avversione verso i figli adulterini, i quali oggi possono essere riconosciuti dai genitori, dando così attuazione al disposto del terzo comma dell’articolo 30 della Costituzione, secondo cui ” La legge assicura ai figli nati fuori dal matrimonio ogni tutela giuridica e sociale;
  • non è stato, invece, eliminato il divieto di riconoscimento per la terza categoria costituita dai “figli incestuosi”, ossia i figli nati da persone tra le quali esiste un vincolo di parentela, anche solo naturale, in linea retta all’infinito, padre/madre-figlia/figlio o, in linea collaterale, nel secondo grado, sorella-fratello ovvero, un vincolo di affinità in linea retta genero-suocera, nuora-suocero, salvo alcune eccezioni specifiche.

L’equiparazione non tutela gli interessi patrimoniali ne’ quelli affettivi’
Il Legislatore del 1975 non fu, tuttavia, in grado di realizzare il processo di equiparazione tra” figli nati all’interno matrimonio” e “figli nati al di fuori del matrimonio” e le differenze oggi emergono con prepotenza. Sono differenze che si riscontrano tanto nei rapporti familiari, quanto in quelli successori/patrimoniali, che possono essere così sintetizzate:

  • non è consentito l’inserimento del figlio naturale nella famiglia legittima di uno dei genitori, se non con il consenso dell’altro coniuge e dei figli legittimi che abbiano compiuto il sedicesimo anno e siano conviventi, nonché dell’altro genitore naturale che abbia effettuato il riconoscimento (art 252, terzo e quarto comma del Codice Civile). E’ questa una norma palesemente discriminatoria perché pone il figlio naturale su un piano deteriore rispetto agli altri componenti del nucleo familiare: il figlio naturale può essere, infatti, privato di un diritto intangibile: quello di vivere in un contesto familiare, a causa del veto insindacabile di altri familiari;
  • altra differenza sostanziale si rinviene nel “diritto di commutazione”, vale a dire nella facoltà concessa, dall’art. 537 del Codice Civile, ai figli legittimi di estromettere, in caso di decesso dei genitori, dalla comunione ereditaria , i figli naturali, liquidando la porzione ai medesimi spettante con denaro e beni immobili ereditari. E’ questo un istituto assolutamente anacronistico, retaggio di una società che aveva istituzionalizzato la sua preferenza per la famiglia legittima;
  • il figlio naturale riconosciuto non assume vincoli di parentela con i parenti del genitore che lo ha riconosciuto: ad esempio la sorella del padre non è sua zia, il figlio della sorella della madre non è suo cugino: L’art 258 del Codice civile così recita: il riconoscimento non produce effetto che riguardo al genitore da cui fu fatto, salvo i casi previsti dalla legge, come ad es. in tema di pretesa alimentare. Anche qui emerge chiaramente la posizione di svantaggio che colpisce il figlio naturale, il quale viene pregiudicato tanto dal punto di vista affettivo, tanto dal punto di vista delle tutele, reali o personali che da quello patrimoniale – ereditario. Con riguardo a questo ultimo aspetto, dopo la riforma del ’75 si dibatteva se vi fosse successione ereditaria anche tra fratelli naturali. La risposta era negativa, sia in base al citato articolo 258 c.c. sia in base all’art. 565 del Codice Civile che, nell’elencare le categorie di successibili a causa di morte, non menziona i fratelli naturali. Tale ultima norma è stata dichiarata costituzionalmente illegittima dalla Corte Costituzionale con due note pronunce, la n. 55 del 1979 e la n. 184 del 1990. Va, però, evidenziato che l’intervento della Corte Costituzionale ha apprestato una tutela solo minima ai figli naturali, in quanto loro potranno vantare pretese ereditarie sul patrimonio dei propri fratelli, solo in assenza di altri parenti successibili. Che cosa significa? Significa che tra un parente di sesto grado, eventualmente anche sconosciuto e un fratello naturale, prevarrà in qualità di erede il primo.

Filiazione naturale e potestà genitoriale
Ai sensi dell’art. 317 bis del Codice Civile, se il riconoscimento del figlio naturale è fatto da uno solo dei genitori, solo a lui spetta l’esercizio della potestà. Se il riconoscimento è effettuato da tutti e due genitori naturali l’esercizio della potestà compete:

  • ad ambo i genitori se convivono;
  • al genitore con il quale il figlio convive, se i genitori non convivono;
  • al genitore che ha effettuato il riconoscimento per primo se il figlio non convive con nessuno dei genitori.

Si comprende, pertanto, come la disciplina concernete la potestà sui figli naturali contenga insidie che pregiudicano tanto i minori quanto i genitori stessi. Esemplificando, in base all’art. 317 bis se due persone non coniugate decidono di interrompere la loro relazione e il figlio minore va a vivere con uno solo di essi, il genitore non convivente viene, con l’avallo del Legislatore, escluso ipso iure dall’esercizio della potestà sul minore e quindi dall’adozione di qualsiasi decisione, conservando un mero potere di vigilanza. Con riguardo alla vigenza di questa norma, ossia il citato art. 317 bis del Codice Civile, è sorto un annoso dibattito perché la legge sull’Affido Condiviso, n. 54 del 2006, che prevede l’esercizio congiunto della potestà sui figli minori per i genitori legalmente separati, ha sancito l’applicabilità di questa nuova normativa anche ai procedimenti riguardanti i figli naturali. E’ vivacemente dibattuto, pertanto, se la nuova normativa del 2006 abbia tacitamente abrogato l’art 317 bis, che di fatto esiste ancora nelle pagine del Codice Civile. Su questo punto è intervenuta la Cassazione, con la pronuncia n. 8362 del 2007, parlando di un’integrazione tra le due discipline ed esprimendo, quale principio universale, quello dell’esercizio congiunto della potestà su tutti i figli minori. E’ poi intervenuta nuovamente la Prima Sezione della Cassazione nel maggio del 2011, sancendo l’abrogazione di fatto dell’art. 317 bis, ed equiparando, in tal modo, con riguardo all’esercizio della potestà, la condizione dei minori, figli di genitori non coniugati a quelli dei minori, figli di genitori separati.
La nuova legge equiparerà definitivamente figli legittimi e naturali
Da questa lunga analisi emerge con chiarezza la necessità di un intervento legislativo ampio, ormai improcrastinabile, affinché vengano eliminate quelle discrasie oggi francamente inaccettabili. Il testo unificato, ora al vaglio del Senato, di cui si auspica l’approvazione in tempi brevi, prevede, essenzialmente, il principio di unicità dello stato giuridico dei figli, il riconoscimento del vincolo di parentela del figlio naturale con tutti i parenti e non solo col genitore e l’introduzione di una specifica norma sui diritti e i doveri dei figli che riconosce:

  • il diritto del minore ad essere mantenuto, educato, istruito, assistito moralmente dai genitori nel rispetto delle sue capacità e aspirazioni;
  • il diritto del figlio minore che abbia compiuto i 12 anni di essere ascoltato in tutte le questioni che lo riguardano;
  • il dovere del figlio di rispettare i genitori e di contribuire al mantenimento della famiglia finché convive, in relazione al proprio reddito.

Si tratta, pertanto, di un cambiamento mirante all’aggiornamento dello status di figlio, il quale ha una valenza sociale prima che giuridica, che non può essere ulteriormente rinviato perché consente di collocarci, finalmente, al di fuori di uno stato normativo connotato da un’arretratezza intollerabile, dicotomica con principi comunitari ormai consolidati. Obiettivo primario del Legislatore deve essere, oggi, quello di abbattere le barriere della discriminazione, cassando dal nostro ordinamento qualsiasi qualifica connessa al termine “figlio” all’interno del codice civile. Una conquista di civiltà, prima che giuridica.

Gianluca Abbate
Avvocato specializzato in Diritto di Famiglia,
con attività di ricerca in Diritto Matrimoniale Canonico
presso la Pontificia Università San Tommaso D’Aquino in Urbe

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