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Gravidanza, post parto e lavoro, quando la legge protegge la maternità

febbraio 24, 2012 11:28 am

  Il diritto alla maternità è stata una delle prime conquiste delle donne dipendenti, per le professioniste è stato ottenuto pochi anni orsono. La donna in carriera, con la maternità, potrebbe perdere la sua mansione. Lavoro e maternità: ecco un binomio sempre più frequente nella vita di oggi. E la legge viene incontro alle esigenze…

 

Il diritto alla maternità è stata una delle prime conquiste delle donne dipendenti, per le professioniste è stato ottenuto pochi anni orsono. La donna in carriera, con la maternità, potrebbe perdere la sua mansione.

Lavoro e maternità: ecco un binomio sempre più frequente nella vita di oggi. E la legge viene incontro alle esigenze della donna, concedendo un periodo di riposo a casa, prima del parto, per non affaticarsi e compenetrare al meglio nel ruolo di mamme e ovviamente dopo, concedendo del tempo supplementare, su richiesta e con una riduzione dello stipendio, per poter accudire il più a lungo possibile il bambino.

I diritti delle mamme
Hanno diritto alle tutele di maternità tutte le donne con un qualsiasi contratto di lavoro. Le mamme con un contratto di lavoro di tipo dipendente, hanno diritto al congedo di maternità: si tratta di un periodo di astensione obbligatoria dal lavoro. Se però la donna, per qualsiasi ragione, vi rinuncia, il periodo di astensione dal lavoro può essere goduto dal papà, ovviamente nel periodo dopo la nascita del bambino. Questo potrebbe accadere quando la donna ha un lavoro di responsabilità e impegnativo. Per questo la donna può decidere di rientrare prima al lavoro senza aspettare il compimento del terzo mese del bambino. Il permesso, così come previsto dalla legge consente alla donna di astenersi dal lavoro due mesi prima la data prevista del parto, data dichiarata da un ginecologo con certificato medico. Il post parto prevede un’astensione dal lavoro di tre mesi dalla data del parto a stipendio pieno. Se lo stato di gravidanza lo consente, la futura mamma può lavorare fino a tutto l’ottavo mese e posticipare il mese nel post parto per poter accudire il piccolo più a lungo, fino al quarto mese di vita. In totale sono cinque i mesi di astensione obbligatoria dal lavoro. A questo periodo deve essere aggiunto un periodo supplementare di sei mesi: due mesi con stipendio ridotto all’80% e quattro mesi al 30%. Hanno ovviamente diritto allo stesso trattamento anche le donne impiegate part-time, con lavoro a domicilio, con contratti a tempo determinato o collaborazioni continuative. I diritti delle lavoratrici sono regolati dalle stesse normative del lavoro dipendente. Per sapere di più sui propri diritti è possibile informarsi presso le organizzazioni sindacali o presso il proprio comune di residenza. Il congedo obbligatorio per maternità può essere usufruito anche in caso di adozione o di affidamento di un bambino di età non superiore ai sei anni. In questo caso il periodo è di tre mesi dall’arrivo del bimbo in famiglia. Nel caso di adozioni o affidamenti internazionali, il congedo spetta anche se il minore ha superato i sei anni di età e sino al compimento dei diciotto anni.

Quando la gravidanza è senza complicazioni
La legge colloca in sessanta giorni prima della data presunta del parto l’inizio del periodo di astensione pre-parto ma, se la gravidanza non espone a nessun tipo di rischio è possibile continuare a lavorare fino a trenta giorni prima del parto per utilizzare gli stessi giorni nel post-parto. E’ questa un’opportunità dedicata a coloro che non svolgono lavori pesanti o che comportano lo stare a lungo in piedi e che, ovviamente, godono di buona salute in gravidanza. Questa possibilità è stata resa operativa dal marzo del 2000 – legge 53/2000 – con l’entrata in vigore il cosiddetto “congedo di maternità flessibile”. Per poter usufruire del congedo flessibile è necessario presentare un’apposita domanda corredata dalla certificazione sanitaria del proprio ginecologo del SSN o con esso convenzionato attestante la non pericolosità per la mamma e per il nascituro. Possono usufruire di questa possibilità, qualora sussistano le condizioni indicate, le impiegate, le dirigenti, le operaie e le apprendiste in rapporto d’impiego sia pubblico che privato, le lavoratrici a domicilio e le socie-lavoratrici. Sulla richiesta, da presentarsi almeno 15 giorni prima della scadenza del settimo mese all’Inps e al datore di lavoro, deve comparire anche il mese di gestazione e la data presunta del parto.

Le precauzioni sono d’obbligo
Se la futura mamma sta bene, insomma, nulla vieta di continuare a lavorare un mese in più per accudire più a lungo il proprio figlio. Non va dimenticato comunque che la gravidanza è un periodo delicato, quindi qualche attenzione in più è necessaria anche se ci si sente bene. Durante l’ottavo mese è il caso di diminuire gli impegni e di ritagliarsi pause di riposo nel corso della giornata, per una questione soprattutto psicologica. Una donna deve avere il tempo per prepararsi emotivamente alla nascita del bambino, soprattutto se si tratta del primo figlio. Per le tante donne con attività libero-professionale, è stata introdotta solo una decina di anni fa l’aspettativa per maternità compensata dalle rispettive casse pensionistiche. Di fatto l’astensione obbligatoria non era prevista: la donna, a meno che non avesse garanzie economiche alternative, doveva lavorare fino a qualche giorno prima del parto. Diversa è invece la situazione delle molte donne manager con un ruolo di rilievo. La maternità con i suoi cinque mesi di congedo obbligatorio, di fatto la pone fuori dalla posizione occupata, la struttura non potendo lasciare un ruolo manageriale privo di responsabile provvede alla sua sostituzione. Il rientro al lavoro il più delle volte prevede un cambio di posizione. Per questa categoria di donne la strada da percorrere è obbligata: essere riposizionata su comparti diversi.

Sahalima Giovannini

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