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Immigrati e biodiversità

maggio 9, 2011 12:54 pm

A volte possono incutere timore, altre pena ed alle volte rabbia. Parliamo degli immigrati ma non dimentichiamo che molti Stati hanno fondato la loro potenza sulle emigrazioni. Nei giorni scorsi e anche adesso in rete e sui giornali non si è parlato d’altro. Si parlava soprattutto di loro, gli “emigranti” o “migranti” libici in fuga…

Immigrati e biodiversità

A volte possono incutere timore, altre pena ed alle volte rabbia. Parliamo degli immigrati ma non dimentichiamo che molti Stati hanno fondato la loro potenza sulle emigrazioni.

Nei giorni scorsi e anche adesso in rete e sui giornali non si è parlato d’altro. Si parlava soprattutto di loro, gli “emigranti” o “migranti” libici in fuga da un paese di guerra e di povertà. I blog e, purtroppo, anche i nostri politici si sono scatenati. Si è iniziato a parlare di responsabilità europea nel gestire questi flussi umani. Sono state tirate in ballo le armi contro i barconi carichi di uomini, donne e bambini. Un politico ha anche fatto paragoni assurdi con le SS, dicendo che la logica buonista che contraddistingue qualcuno avrebbe accolto indiscriminatamente anche questi criminali di guerra. Noi non vogliamo parlare di odio. Certo, ci rendiamo conto che tra le migliaia di profughi ci saranno anche dei violenti, dei facinorosi. Ci sarà gente che non ha voglia di darsi da fare. Magari ci sarà davvero anche qualche terrorista.

Mamme e bambini tra quelle onde
Noi però siamo un giornale che parla alle mamme ed ai papà e vediamo soprattutto gli aspetti più umani di questa vicenda. Pensiamo al neonato nato su un barcone: non doveva essere davvero disperata sua madre, per lasciare il suo paese con un addome di nove mesi? Quali saranno stati i suoi pensieri durante le ore di travaglio, in una sala parto fatta di assi e metallo che come per tetto aveva un cielo forse neanche tanto stellato, per le nubi che le ricoprivano. E il freddo che il bimbo avrà provato? Pensiamoci, ricordando la nascita dei nostri piccoli in sale attrezzate, circondate dalla competenza e dalla premura di medici e ostetriche. Immaginiamo quelle famiglie in balia delle onde. Alcuni di quei bimbi, che avranno avuto uno sguardo e un sorriso così simile a quello dei nostri figli, la vita l’hanno persa in quel mare ancora gelido. Molti di loro però ce l’hanno fatta. Sono stati accolti da italiani che li hanno visti per quelli che sono: dei disperati in fuga. Li hanno sistemati in rifugi di fortuna. E chissà che fine faranno. Molti inizieranno con fatica una nuova vita dal nulla, molti forse andranno davvero a ingrossare le file di una malavita che, ammettiamolo, in Italia è presente eccome, a prescindere dagli stranieri.

Questi migranti siamo noi
Lasciamo da parte per un momento la politica e perfino gli aspetti umani della vicenda della Libia. E ricordiamoci che le immigrazioni sono un fatto storico, che esiste da sempre. Migliaia di anni fa, dall’Asia partirono correnti migratori che raggiunsero le Americhe passando a piedi o su slitte sulle terre ghiacciate dell’Alaska e della Groenlandia. Colonizzarono gli attuali Stati Uniti e l’America del sud. Ecco spiegata la somiglianza somatica tra gli Asiatici, gli Indiani d’America e gli abitanti dell’odierno Perù, per esempio. Poi ci furono le immigrazioni degli Ebrei in Egitto, l’arrivo nell’antica Roma di migliaia di persone provenienti dalle zone più periferiche dell’Europa. L’America stessa è stata raggiunta e colonizzata – con aspetti spesso violenti e discutibili – dagli Europei. Francesi, irlandesi, tedeschi, polacchi … e tanti, tantissimi italiani, del nord e del sud. Per rinfrescare una memoria storica un po’ corta e pensare soprattutto ai risvolti umani di questa faccenda, agli aspetti che passano sotto silenzio nelle cronache ufficiali, vi invitiamo a visitare, in occasione dei ponti estivi o delle vacanze, uno splendido museo unico nel suo genere. Si trova a Genova e si chiama Galata o Museo del Mare. Una grande sezione è dedicata anche ai “nostri” migranti. Ci sono ricostruzioni dei giacigli in cui intere famiglie passarono le settimane della traversata, spesso perdendo i piccoli figli per malattie e dissenteria. Ci sono foto celebri che tutti noi abbiamo visto nei libri di storia e a cui la mostra dà adesso un’identità. Ci sono voci dialettali che ricordano o cantano nenie strazianti. Ci sono storie di bambini di dieci anni, partiti magari da soli perché in patria l’unico cibo di tutti i giorni era un tozzo di pane inzuppato nell’acqua del torrente per riuscire a essere masticato. E ancora, come possiamo dimenticare Marco, il piccolo protagonista del racconto di De Amicis “Dagli Appennini alle Ande”? Tutte storie vere. Andiamo a conoscerle. Capiremo tante cose del nostro passato. E del presente.

 

Giorgia Andretti

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