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Io, Lilith

settembre 12, 2002 12:00 pm

Cercasi compagne di sventura per scoprire come “sopravvivere ai figli senza perdere il buonumore” Per diventare Lilith bisogna prima essere mamme. In origine Lilith era una femmina, per alcuni versi anche piacente, che si apriva a tutto ciò che la vita offre: l’amore, la realizzazione personale attraverso gli affetti, il lavoro, la cura del proprio…

Cercasi compagne di sventura per scoprire come “sopravvivere ai figli senza perdere il buonumore”

Per diventare Lilith bisogna prima essere mamme. In origine Lilith era una femmina, per alcuni versi anche piacente, che si apriva a tutto ciò che la vita offre: l’amore, la realizzazione personale attraverso gli affetti, il lavoro, la cura del proprio corpo. In origine Lilith era una donna. Anche adesso che, femmina un giorno e poi madre per sempre (come cantò De Andrè), rivede quel tempo felice nelle sue figlie e ghigna con fare satanico essendo, rispetto a loro, ‘avanti col programma’.

Diciassette anni fa, il 9 settembre, Lilith, dopo nove mesi esatti di gestazione, metteva al mondo tre chili e ottocento grammi di capolavoro. Dall’intonazione del primo vagito tutti, dal padre ai nonni, intuirono che si trattava di una candidata al Nobel, a patto che la madre, Lilith appunto, riuscisse a valorizzare quel coacervo di cromosomi superdotati ereditati dagli avi e dal babbo. Il fallimento di Lilith apparve evidente già nelle prime ore, dal momento che attaccava quell’esserino al seno ‘a richiesta’ e non a orari precisi, come aveva fatto a suo tempo la madre- o senza biberon, come la suocera.

Lilith, ancora giovane, non accettò di valere, come madre, meno di zero. Tre anni dopo ci riprovò con quasi quattro chili d’intelligenza superiore. Poi le vennero a mancare altre occasioni. Aveva un marito, due figlie, la casa, il lavoro, il cane, il gatto, le piante. Tutto. Tranne che quella donna piacente e piena di slanci che stimolava strane alchimie meccaniche in quel coso buffo che, con le ‘maniglie dell’amore’ sempre più dilatate, le giaceva nel letto. Era solo l’inizio della fine.

Per capire veramente quanto fosse un essere reprobo ebbe bisogno di diciassette lunghissimi anni di maternità. Con l’aiuto della scuola e dei coetanei delle sue bimbe, trasformò tre chili e ottocento grammi di capolavoro e quasi quattro chili d’intelligenza superiore in due esseri capaci di concentrarsi esclusivamente sulle più avanzate tecniche di depilazione. E con un’unica meta: non somigliarle mai.
Fu allora che Lilith decise di raccontare, senza pietà, la propria storia. Con la speranza di trovare compagne di sventura. Col sogno di liberare, con una risata, quella persona nascosta che c’è dentro ogni mamma.

 

Lilith

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