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Amore, quanto mi costi?

settembre 11, 2002 12:00 pm

Riaprono le scuole e, con loro, i portafogli: considerazioni semiserie di una ‘povera’ esperta La prima volta non si dimentica. E’ una fitta dolorosa, illanguidita da un misto di piacere e paura per il distacco. E’ ovviamente il primo giorno d’asilo del primogenito, evento preparato con cura da mesi. A ogni incauto che si sofferma…

Riaprono le scuole e, con loro, i portafogli: considerazioni semiserie di una ‘povera’ esperta

La prima volta non si dimentica. E’ una fitta dolorosa, illanguidita da un misto di piacere e paura per il distacco. E’ ovviamente il primo giorno d’asilo del primogenito, evento preparato con cura da mesi. A ogni incauto che si sofferma a chiedere l’età del bimbo la vera mamma risponde ‘Tre anni, è grande, a settembre andrà all’asilo’. Il piccino la osserva stuporoso, vuoi perché a lui di diventare grande non importa nulla, ma soprattutto perché giocare con gli altri bambini (mostri capaci di toccare tutto ciò che è tuo, cioè tutto) non lo trova per niente divertente. Ma, per cortesia, si limita a spernacchiare. E tutti ridono.

Già ad agosto la mamma si precipita ad acquistare quanto occorre per il ‘May day’. Grembiuli di due taglie più grandi, zainetto (penalizzati i figli di intellettuali, costretti a ripiegare su quelli dei Simpson, mentre coetanei più rozzi si pavoneggiano con Barbie e Dragonball), pantofoline, spazzolino da denti, carta igienica…
Costi stroboscopici e del tutto inutili, ma la giovane mamma non lo sa. Al primo giorno d’asilo (caratterizzato da una normalissima crisi di pianto, che prenderebbe chiunque nel trovarsi in strutture trasudanti maestre sorridenti e coetanei) non ne seguiranno molti altri. Se va bene, conclusa la settimana d’integrazione (un barbaro istituto volto a ritardare l’inevitabile e a intralciare le maestre nei preparativi della temibile recita di Natale), il bimbo ha la prima delle numerose influenze o otiti che caratterizzeranno il suo ingresso nella scuola materna. Gli acquisti rimarranno all’asilo, nell’armadietto con l’adesivo scolorito di Bambi. Mentre, nel frattempo, l’unica baby sitter decente s’è trovata un altro lavoro.

La stessa mamma, dieci anni dopo, primo giorno di terza media. Una donna diversa, perché la maternità indurisce i cuori. Reduce da una rissa furibonda col figlio sul tema ‘No, lo zaino Eastpack non te lo compro, hai già l’Invicta dello scorso anno, se vuoi te lo fai regalare dai nonni per Natale’ e da una discussione feroce sul costo dei libri di testo, ammannisce una colazione intercalata da frasi tipo ‘E almeno quest’anno che hai l’esame speriamo studi…con quel che ci costi…’. Il fanciullo inalbererà lo stesso sguardo stuporoso di dieci anni prima, trattenendo, per esperienza, il pernacchio.

Anche in questo caso qualsiasi acquisto risulterà inutile. Tranne il diario. In negozio sembra una semplice agenda, sapientemente sponsorizzata da qualche astuto e avido editore, atta a ricordare che talvolta bisogna studiare. A casa cambia immediatamente aspetto: il volume delle pagine è miracolosamente raddoppiato in virtù delle foto della squadra di calcio e dei belli/e della scuola, nonché da un cospicuo numero di adesivi di attori e cantanti. Già il giorno successivo all’acquisto non esiste più pagina bianca, tra nome scritto a colori fluorescenti, eventuali I love, esilaranti aforismi tipo ‘I bachi sono come le cigliegie, uno tira laltro’ (‘sic’, dal momento che l’ortografia è un inutile orpello), profonde considerazioni ‘Max 6 fico’ o ‘x Pam bbona!’. Nel corso dell’anno il diario lieviterà senza che nessuno vi scriva il benché minimo compito. A novembre le insegnanti cominceranno i sequestri, a dicembre arriverà la prima nota collettiva in cui s’invitano le famiglie a controllarne l’utilizzo, da febbraio insegnanti e genitori solitamente si rassegnano. In fondo a tre anni era un genio, ridotto a semianalfabeta in dieci anni di scuola. E pure a pagamento!

 

Lilith

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