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Il mio primo sculaccione

maggio 14, 2003 12:00 pm

Finì tra le sue lacrime e la mia disperazione per aver perso la pazienza. Tredici anni dopo, invece… Quando sferrai il mio primo sculaccione, mia figlia aveva un anno e due mesi e il pannolone. Urlava come un’ossessa sputacchiando per tutta la cucina l’unica pappina disponibile quella domenica. Capivo le sue proteste, ma alcuni problemi…

Finì tra le sue lacrime e la mia disperazione per aver perso la pazienza. Tredici anni dopo, invece…

Quando sferrai il mio primo sculaccione, mia figlia aveva un anno e due mesi e il pannolone. Urlava come un’ossessa sputacchiando per tutta la cucina l’unica pappina disponibile quella domenica. Capivo le sue proteste, ma alcuni problemi familiari postisi il sabato, mi avevano impedito di raggiungere la farmacia e acquistare gli unici cibi da lei accettabili: gli omogeneizzati di frutta e un bel liofilizzato verdure e carne da deglutire via biberon con ciuccio tagliato in modo da ridurre la fatica d’entrambe. Non ero riuscita a inventare altro che seguire i consigli di mia madre, un bel passato di verdurine fresche con pastina e formaggio sciolto e una banana con arancio.

La creatura alla sola vista di me alle prese con uno dei dieci cucchiai d’argento col manico storto e nome (regalo di battesimo) fu presa da un attacco di panico. Il primo boccone finì direttamente sulla mia camicia. Il secondo diede vita a un tentativo di soffocamento. Il terzo non ci fu, visto che l’intero piatto finì con una manata sulla gonna (la mia). Sporca, ma pur sempre mamma, passai alla bananina schiacciata- con zucchero, ma mai dolce e languidamente viscido come un omogeneizzato- ottenendo in cambio urla disumane. Sporca, ma pur sempre mamma, schiaffai con tutta la mia forza la mia mano sul pannolone. E fu la fine.

Lei piangeva, presa tra fame, panico e probabile rimbombo del pannolone bagnato. Io singhiozzavo chiedendole scusa per aver perso le staffe, spiegandole che ero una reproba, che non era colpa mia se avevano chiuso la farmacia proprio mentre cercavo di parcheggiare. Le giurai che mai e poi mai sarei arrivata in ritardo sul programma spesa, che mai e poi mai le avrei usato violenza. La cosa finì con lei consolata da un biberon di latte con doppia razione di biscotti (un po’ distante da me, a dire il vero, visto che puzzavo di minestrina di verdure al formaggio mista a banana e arancio) e io ferma nel mio proposito che mettere le mani addosso a mia figlia sarebbe stata l’ultima cosa che avrei fatto di nuovo nella mia vita.

E’ successo, purtroppo. Esattamente tredici anni dopo. Era previsto uno scontro tra naziskin e centri sociali, arbitro la Celere. Mia figlia era intenzionata a far parte della squadra in trasferta (i centri). Ho urlato “Io sono un’autoctona! Prima della Celere ti pesto io!” e ho sfogato la mia rabbia. E’ stata l’unica a prenderle. Non dalla Celere, ovviamente, né dai naziskin…

Da allora ho deciso che tutto ciò non ha senso. Non sono una violenta, preferirei non essere preda dell’isteria. Quindi le mani non le alzo più. Però….
Però ogni tanto, care amiche, perdere la pazienza è normale. E se scappa uno sculaccione o una sberla non fa malissimo e può anche essere utile. A patto si sappia che ciò che fa più male, a noi e nostri figli, non è uno sculaccione o un schiaffo, ma quanto proviene dalle nostre nevrosi.

 

Lilith

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