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Solo timore delle superiori o un segno premonitore di una depressione?

settembre 4, 2014 9:30 am

Emotività ballerina: crisi di pianto e accessi d’ira. Sono reazioni bizzarre poco piacevoli, ma non infrequenti in un adolescente alle prese con il nuovo ciclo scolastico. Capire cosa provano i ragazzi è un nostro dovere.

L’adolescenza non è un’età semplice da vivere, noi la rammentiamo con una certa nostalgia tra i ricordi più o meno piacevoli di un tempo decisamente più facile da vivere come intrusione sociale. Diverso è per i nostri ragazzi che stanno crescendo e che si trovano ad affrontare momenti ancora più complessi. Sappiamo quanto gli sbalzi di umore, sotto la spinta delle tempeste ormonali, sono frequenti sia nei maschi sia nelle ragazze. La risposta sgarbata all’adulto è sempre in agguato, così come le crisi di pianto e gli accessi di ilarità, la sfacciataggine e gli inspiegabili imbarazzi. È del tutto normale provare certe sensazioni: un ragazzo sta formando la propria personalità ma è indeciso e insicuro, per questo sperimenta diverse situazioni. Per certi versi, anzi, è quasi preoccupante un ragazzo che non manifesta reazioni in questa fase di crescita alle prese con l’ingresso nella scuola secondaria superiore.

La perdita dei consueti interessi
È normale vedere in nostro figlio momenti in cui si isola pensieroso, momenti in cui rifiuta i contatti con gli amici storici e momenti in cui mette in discussione tutto e tutti ed ha perfino un rifiuto verso la scuola. Se, però, continua ad avere degli interessi evidenti come lo sport o la lettura, significa che si tratta davvero solo di una sana e normale evoluzione della crescita ed il timore di fare il suo ingresso nella scuola superiore con un mondo totalmente diverso davanti a lui sta prendendo il sopravvento. Diverso è il discorso se a cambiare è il tono dell’umore immotivato associato anche ad una chiusura a tutto ciò che è esterno a lui. I segnali a cui prestare attenzione sono, oltre la difficoltà mostrata i primissimi giorni di scuola, il calo del rendimento scolastico che non accenna a migliorare con il passare dei giorni soprattutto nelle materie che, prima, appassionavano almeno un po’. Il ragazzo o la ragazzina, pur trascorrendo ore sui libri, non riesce a sentirsi veramente coinvolto e il tempo passato a studiare si risolve in un nulla di fatto con le ovvie conseguenze sul piano del rendimento. Altri segnali poco confortanti sono la totale apatia, che è ben diversa dal semplice calo di interesse verso quello che prima amava fare, qualunque cosa fosse: dalla lettura all’attività fisica, dalla musica al volontariato o altro ancora. In questi casi si può sospettare una iniziale forma depressiva, una malattia dell’umore che si manifesta anche con il totale disinteresse verso tutto e tutti e i cui segnali possono essere anche i disturbi del sonno e il calo dell’appetito.

Capire se si tratta di reale depressione
I primi segni di una depressione, oltre al tono dell’umore, sono i disturbi alimentari: mancanza di appetito o tendenza a mangiare di tutto in continuazione. Il sonno è difficoltoso: riesce difficile addormentarsi, si è soggetti a frequenti risvegli e al mattino spesso ci si sveglia ben prima dell’alba. Il sonno disturbato come conseguenza porta a stati di sonnolenza durante il giorno con cadute di attenzione. Il momento di alzarsi è il più difficile perché la depressione è più intensa nelle fasi mattutine per sfumare totalmente nelle ore pomeridiane, quando il giorno volge al termine. Insonnia, inappetenza e tristezza profonda sono sintomi collegati e dovuti alle alterazioni sinaptiche di un neurotrasmettitore, la serotonina. La depressione può quindi avere una base genetica, in questo caso uno dei genitori o dei nonni ne ha sofferto ma può anche essere una reazione a situazioni traumatiche vissute nel passato e quindi nell’infanzia o recenti. Tra i fattori traumatici possiamo annoverare: una delusione d’amore, un fallimento sportivo, una separazione tra i genitori non ben vissuta e soprattutto…. aver vissuto in primis la depressione materna nel post-partum. Questi possono essere fattori scatenanti, ma è vero anche il contrario: una depressione latente fa sì che eventi difficili in amore o a scuola vengano vissuti come una tragedia e non riescano ad essere superati. Il rischio è che per reazione alla sofferenza nostro figlio trovi rifugio nell’ulteriore isolamento o nella dipendenza da sostanze, che d’altra parte possono essere concausa della depressione. Che cosa si può fare, in questi casi? Se parlare con il figlio risulta impossibile perché lui o lei si chiude a riccio, è bene prima di tutto parlare con gli insegnanti, anche per metterli al corrente della situazione. In seconda battuta occorre il coinvolgimento del pediatra che ha seguito la sua infanzia o del medico di famiglia se è più grande, per rivolgersi a uno psicologo o a uno psicoterapeuta. Spesso una serie di incontri, gratuite se effettuate presso un consultorio o presso la Asl, possono risolvere il problema. Se la situazione è più seria, sarà lo psichiatra a stabilire cosa fare, se è sufficiente un ciclo di incontri con lo psicologo, se ha bisogno di una vera psicoterapia o se, solo nei casi di effettiva necessità, ci sia bisogno di un supporto farmacologico nel caso in cui un ragazzo rischia di mettere davvero a repentaglio la propria vita.

Dott.ssaRosalba Trabalzini
Psichiatra, psicoterapeuta, laureata in psicologia clinica

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