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Vivace o iperattivo? Allo specialista spettano diagnosi e soluzioni

agosto 28, 2014 9:30 am

Negli ultimi anni a troppi bambini è stato attribuito lo stato di iperattività senza conoscerne il vero significato del termine. Proviamo a fare la conoscenza con l’iperattività patologica -ADHD e la normale vivacità dell’infanzia.

Come sembrano vivaci e pieni di energia i bambini di oggi! Sarà davvero così, grazie alle mille attività e agli stimoli che vengono loro proposti, o forse siamo noi, genitori e nonni, a esserci dimenticati di quanto noi alla loro età eravamo pieni di vita? Difficile dirlo. Quello che è certo è che, oggi, c’è una maggiore attenzione a certi comportamenti dei bambini, quando questi siano eccessivamente estroversi e vitali, al punto da non riuscire a seguire la lezione per più di un minuto, da alzarsi ogni momento, dal non potersi concentrare sul lavoro di classe e dal soffrire, soprattutto, in prima persona di questa situazione. Deve essere chiara una cosa: il bambino iperattivo non è un bambino maleducato, non è un bambino i cui genitori non hanno saputo dare regole, è semplicemente un bambino che vive con disagio la situazione in cui si trova ed ha bisogno di essere seguito in modo adeguato.

La vivacità non è l’iperattività
Da quando gli esperti hanno iniziato a parlare di iperattività, si è iniziato ad abusare di questo termine, adattandolo ai contesti più disparati e soprattutto inadeguati. Un bambino di età scolare chiacchierone, quello che alza la voce per farsi ascoltare, quello che spintona un po’ i compagni è, sì, un po’ troppo vivace ma forse è soltanto un bambino un po’ insicuro e come tale… ha bisogno di farsi notare e lo fa come può. L’iperattività è tutt’altro: l’ADH, acronimo per Attention Deficit Hyperactivity Disorder, ovvero Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività, un disturbo complesso e problematico. L’ADHD causa disagio al bambino stesso prima ancora che ai compagni di classe ed ai genitori e va gestito nel rispetto delle soluzioni proposte dallo specialista dolo dopo aver formalizzato la diagnosi. Tutto questo è necessario per garantire al bambino una crescita corretta. L’ADHD è un disturbo di origine neurobiologica, caratterizzato da un livello di disattenzione molto elevato. I piccoli non riescono a controllare le loro reazioni verso il loro contesto abituale, mettono in atto comportamenti non sempre adeguati rischiando così di compromettere la vita di relazione, la resa scolastica e la loro stessa sicurezza. I piccoli con diagnosi di ADHD faticano a prestare attenzione a qualsiasi attività proposta, dalle attività scolastiche al gioco con gli amici, allo sport. Purtroppo, possono comportarsi in modo aggressivo rispetto ai loro coetanei e faticano a rispettare le regole di comportamento, ricevendone rifiuti sia dai compagni di scuola sia ai compagni di gioco.

I segnali dell’ADHD
Per avere una diagnosi di ADHD, un bambino secondo le linee guida internaizonali deve manifestare:
* Almeno sei dei nove sintomi di disattenzione, uno dei quattro sintomi di impulsività e tre dei cinque sintomi di iperattività, oppure almeno sei di nove sintomi di disattenzione, oltre ad almeno sei dei nove sintomi di iperattività-impulsività. Questi segnali sono riconosciuti dagli esperti, ma possono essere notati dalle maestre, le prime a riconoscerne le difficoltà, affinché avvisino i genitori.
* Un insieme persistente di elementi di disattenzione o iperattività e impulsività che si manifestano in modo più frequente e più serio di quanto è tipicamente osservato in individui ad un livello paragonabile di sviluppo.

In termini non medici, può essere classificato come iperattivo il bambino che fa difficoltà a stare seduto immobile, ha bisogno di movimento: muove le gambe, tamburella con le dita sul banco, parla a voce alta, fa dei piccoli show inopportuni. Un bambino iperattivo ha inoltre la tendenza a danneggiare gli oggetti e gli arredi del luogo in cui si trova, indipendentemente dal luogo. Inoltre, i piccoli con ADHD pronunciano frasi negative sui loro compagni in misura dieci volte maggiore rispetto ai piccoli che non hanno questo problema. Tutti questi segnali sono significativi e quindi indicativi se persistono per almeno sei mesi, se si manifestano in diversi contesti, casa, scuola, palestra e se non possono essere spiegati in modo migliore da nessun altro disturbo neuro-psichiatrico. L’intervento deve essere accuratamente personalizzato e prevede una combinazione di interventi medici, educativi, comportamentali e psicologici sul bambino e sui genitori. Solo nelle forme più serie e se ritenuto necessario dallo specialista: psichiatra o neuropsichiatra infantile, può essere seguita una terapia farmacologica.

Dott.ssa Rosalba Trabalzini
Psichiatra, psicoterapeuta, laureata in psicologia clinica

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