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Aggressività: stato emotivo naturale da educare

febbraio 16, 2018 10:00 am

L’aggressività è uno stato emotivo del tutto normale negli esseri umani, ne ha infatti permesso l’evoluzione. L’aggressività deve però essere incanalata per trarne solo positività

L’aggressività è un atteggiamento che da sempre viene considerato negativo, da combattere a tutti i costi. L’aggressività appartiene alla specie umana e in generale agli esseri viventi ed è un sentimento naturale, che aiuta la maturazione psicologica e quindi la crescita. Reprimere l’aggressività è sbagliato, prima o poi può esplodere in qualcosa di irreparabile. Come tutti gli stati emotivi deve essere vissuto, ha solo bisogno di essere incanalata in attività costruttive. L’aggressività liberamente espressa può essere un messaggio che il bambino o l’adolescente rivolge ai genitori, agli insegnanti e alla società in cui vive e può nascondere qualche problema. Per questo è bene non sottovalutare e nemmeno reprimere, ma ascoltare.

 

La rabbia è un sentimento naturale

La rabbia nascosta che non riesce a esprimersi nel modo corretto può sfociare in problemi di autostima, disturbi di comportamento e di apprendimento, modo scorretto di porsi verso gli altri, autolesionismo. Proprio noi abbiamo parlato della distruttiva abitudine di molti adolescenti americani di masticare le compresse di detersivo. Per far parlare i sentimenti più nascosti di questi ragazzini, è stato varato il progetto di ricerca – La rabbia che non si vede – presentato oggi a Roma e sostenuto dalla Comunità Incontro Onlus e dalla Fondazione Valuer. Gli esperti hanno analizzato i giovanissimi che si recavano da loro per la dipendenza da web, giungendo alla conclusione che la rabbia è matrice di tante derive psicopatologiche negli adolescenti. Il primo passo per superarla è dare un nome a quello che sentono. Non sempre questo istinto aggressivo è negativo: una sana forma di aggressività è quell’istinto, grazie al quale i bambini apprendono dall’esperienza ed esplorano l’ambiente. Questa spinta irrefrenabile è la stessa che induce un bambino a camminare, a staccarsi a poco a poco dalla figura degli adulti e a formarsi una personalità autonoma.

 

L’importanza è che sia seguita

È però necessario che tale energia vitale sia accompagnata dalla presenza di un genitore, fin dai prima anni di vita. Tutte le volte che un bambino fa una cosa per la prima volta la fa con grande serietà e intensità emotiva e immediatamente cerca la presenza di un adulto, che non deve necessariamente intervenire ma deve essere presente per insegnare a gestire l’aggressività. Importante è anche l’atteggiamento dell’adulto: se negli occhi del genitore il piccolo legge ansia non userà questa esperienza per crescere, mentre se se troverà uno sguardo accogliente, che lo accompagna il bambino sorriderà e quella esperienza potrà essere integrata nel suo bagaglio di vita e diventerà acquisita. Una particolare attenzione  deve essere posta nei confronti dei bambini che assistono a episodi di violenza in famiglia, che perdono un genitore in seguito a una separazione non consensuale, o che vengono usati nel conflitto tra madre e padre. Queste situazioni sono in aumento e fanno emergere situazioni di rabbia tra i più piccoli.

 

Un test per misurarla

Per capire dove passa il confine tra ciò che è normale e ciò che è patologico è nato il progetto di ricerca – La rabbia che non si vede – ovvero un sistema di misurazione dell’aggressività nei minori, presentato oggi alla Fondazione Policlinico universitario A. Gemelli. Consiste nel rilevare indicatori precoci di rischio, attraverso la somministrazione di test che misurano l’aggressività. Dalle risposte ai questionari, differenziati per cinque fasce di età, emergeranno diversi gradi di rischio di sviluppare psicopatologie, come isolamento sociale, cyberbullismo, tossicodipendenze. Ogni questionario verrà somministrato per almeno due anni al controllo di routine da parte dei medici della Federazione Italiana Medici Pediatri – FIMP – di Roma. Laddove per almeno due anni consecutivi verrà rilevato un rischio medio-alto verranno somministrati altri test o interventi clinici per indagare ulteriormente. Comprendere il confine tra aggressività normale e patologica è compito del pediatra, ma spesso non si ha la formazione per intercettare segnali estremamente sfumati.

 

Giorgia Andretti

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