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La stipsi che sporca gli slip

novembre 12, 2010 12:33 pm

L’emissione difficoltosa delle feci o, al contrario, frequente e in situazioni anomale può essere un disturbo di origine psicologica. Per risolverla occorre tatto e pazienza. A mettere in luce il problema sono gli slip sporchi che la madre trova spesso tra la biancheria da introdurre in lavatrice. Il bambino non dice nulla e non si…

La stipsi che sporca gli slip

L’emissione difficoltosa delle feci o, al contrario, frequente e in situazioni anomale può essere un disturbo di origine psicologica. Per risolverla occorre tatto e pazienza.

A mettere in luce il problema sono gli slip sporchi che la madre trova spesso tra la biancheria da introdurre in lavatrice. Il bambino non dice nulla e non si lamenta. Eppure, evidentemente succede spesso e nei momenti più impensati: mentre gioca a casa, o poco dopo che si è usciti, al cinema… Stiamo parlando della difficoltà del bambino di gestire l’emissione delle feci. L’encopresi è un disturbo frequente tra i bimbi dopo aver acquisito l’abilità del controllo degli sfinteri, è di origine psicologica e, paradossalmente, legato a un problema di stipsi di tipo funzionale. Non legato, cioè, a motivazioni di tipo fisico.

Quando nasce la stipsi psicologica
Attorno ai due-tre anni di età, un bimbo acquisisce il controllo degli sfinteri, i muscoli che si trovano nella parte terminale del canale intestinale, in corrispondenza dell’apertura anale. Diviene cioè in grado di riconoscere lo stimolo della defecazione, lo comunica all’adulto per recarsi quindi in bagno per fare popò nel vasino. Spesso questa abilità va di pari passo con il controllo della vescica, per l’emissione dell’urina. A volte, può succedere che questo processo si avvii normalmente per un certo periodo, per poi improvvisamente “bloccarsi”. Nasce così la stipsi funzionale, di origine psicologica. Questo disturbo va distinto dalla stitichezza dovuta a una malattia organica o a un’anomalia nella struttura dell’intestino, casi peraltro rarissimi che vengono diagnosticati fin dai primi mesi di vita, proprio per l’impossibilità del neonato a emettere regolarmente le feci. La stipsi è legata a un fattore di tipo psico-emotivo, che crea difficoltà nel bambino: l’ingresso al nido o alla materna, la nascita di un fratellino, la separazione dei genitori, insomma un qualsiasi cambiamento che gli crei una difficoltà a livello psicologico e relazionale. Il bimbo reagisce a questo stato di tensione ignorando lo stimolo alla defecazione e trattenendo le feci, che si accumulano nella parte finale del retto, all’interno della cosiddetta “ampolla rettale”, facendola dilatare.

Non riconosce più lo stimolo
Nella parte terminale del retto si formano ammassi fecali duri, i fecalomi, che diventano progressivamente difficili da eliminare. Il continuo contatto di queste masse con le pareti rettali provoca inoltre una sorta di assuefazione del sistema nervoso viscerale. Il loro compito compito è inviare al cervello il messaggio di “pienezza” dell’ampolla rettale, cui segue lo stimolo dell’evacuazione e quindi la defecazione consapevole da parte del bambino. In altre parole, il piccolo diviene incapace di riconoscere il segnale che lo spinge ad andare in bagno. Nasce così l’encopresi: una stipsi che consiste nell’incapacità di riconoscere lo stimolo nervoso all’evacuazione. Da essa deriva il problema dell’emissione delle feci liquide, di cui il piccolo si rende conto solo una volta che ha il sederino umido. Le feci molli fuoriescono perché i fecalomi comprimono e distendono i muscoli rettali, danneggiando il meccanismo di continenza. La sensazione di mutandine bagnate si manifesta un po’ ovunque, senza che il piccolo possa fare nulla per porvi rimedio. Tutto questo gli causa non poco disagio psicologico, che può rendere più seria la situazione.

Frutto di un’educazione coercitiva
I genitori non di rado vengono presi da ansia e da preoccupazione, ma è importante mantenere il più possibile la calma e la serenità. Spesso, infatti, l’encopresi è la conseguenza finale di una scorretta, seppur involontaria, educazione alla defecazione da parte della famiglia. Ne soffrono di più i bimbi che fin dai primi mesi di vita sono stati soggetti a una normale stitichezza, risolvibile con l’introduzione di più liquidi, fibre e frutta e risolta invece con clisteri, rimproveri e frequenti richieste del tipo “l’hai fatta?” “ti scappa?” e così via. Altre eventuali difficoltà come quelle elencate prima sono la classica goccia che fa traboccare il vaso. Il piccolo inizialmente può trattenere le feci quanto desidera e sa che questo è un sistema per ottenere l’approvazione dei genitori. Poco per volta, però, il volume delle feci compresse altera il naturale meccanismo della defecazione e il piccolo diviene incapace di trattenere le feci molli, che provengono dalle zone più alte dell’intestino e che “scivolano” letteralmente all’esterno dell’orifizio anale, sporcando gli indumenti. Il bambino stesso inizia a sentirsi a disagio, ad auto-isolarsi e tutto questo non fa che rendere più seria la situazione. Il piccolo può anche diventare nervoso, irritabile ed essere preda di crisi di pianto.

Serve l’intervento dello specialista
Se nostro figlio è soggetto a encopresi, il problema va affrontato in modo “globale”. È necessario che il pediatra, attraverso una valutazione obiettiva e, eventualmente, la prescrizione di esami specifici, escluda la presenza di fattori fisici che creino il problema nell’evacuazione. Una volta accertato che la causa è di origine psicologica si deve ricorrere a un trattamento con i farmaci, come lassativi, supposte e clisteri. Questi prodotti aiutano a svuotare l’intestino dai fecalomi, per ripristinare la funzionalità rettale e dare modo al sistema nervoso viscerale di re-imparare ad avvertire la sensazione di pienezza e, quindi, lo stimolo all’evacuazione. Ancora più importante è la terapia psicologica che riguarda il bambino e i suoi famigliari. Si deve percorrere la strada che ha portato il piccolo e i suoi genitori a vivere le modalità e le dinamiche che hanno portato all’encopresi: rimproveri, punizioni, insomma un vissuto negativo nei confronti di una funzione assolutamente fisiologica, che l’hanno resa “patologica”. Ci potranno essere fallimenti, ricadute, ma solo con l’impegno da parte dei genitori a raggiungere e a mantenere un certo equilibrio famigliare il bambino andrà incontro a miglioramenti.

 

Dott.ssa Rosalba Trabalzini
Psichiatra – Psicoterapeuta- laureata in psicologia clinica

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