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Se il bambino cresce poco potrebbe essere celiachia

luglio 7, 2017 10:00 am

La malattia celiaca provoca una diminuzione dell’assorbimento delle sostanze nutritive, i sintomi non sempre sono caratteristici. Il ritardo della crescita è solo uno dei segni

Il bambino si nutre regolarmente, ma è piuttosto magro e mediamente più basso rispetto ai compagni. È un po’ pallido e a volte accusa disturbi vaghi come:  mal di testa e dolori addominali. La vaghezza dei sintomi uniti al ritardo della crescita potrebbe far pensare  alla celiachia, è quindi il caso di discuterne con il pediatra.  In questi casi è opportuno fare eventuali esami di approfondimento. Non ci si deve preoccupare, perché la malattia celiaca, se presente e individuata per tempo, può essere gestita con la semplice dieta priva di glutine, che riesce comunque a essere varia e soddisfacente per il piccolo e per tutta la famiglia.

 

Celiachia, attenzione ai sintomi insospettabili

Il segnale che più frequentemente preoccupa i genitori, spingendoli a rivolgersi al pediatra, è l’arresto della crescita del bambino. Non di rado la colpa è della malattia celiaca, che oggi viene individuata grazie a specifici test in una persona su cento, ma gli esperti affermano che i malati sono molti di più, molti non ricevono la diagnosi perché i sintomi sono troppo sfumati per essere connessi alla celiachia. Infatti, è vero che molti presentano disturbi classici come dissenteria alternata a stipsi e dolori addominali, ma in molti altri casi compaiono manifestazioni più subdole, solo l’occhio attento del pediatra riesce a individuare il collegamento con la celiachia. Possono verificarsi anemia, debolezza, aumento dei livelli delle transaminasi, perdita di peso e rallentamento della crescita statuale senza i classici sintomi gastro-intestinali. Ed esistono anche alcune forme chiamate silenti in cui non compaiono sintomi ma sono comunque presenti gli anticorpi della malattia, che si accompagnano alle lesioni intestinali causati dal contatto tra la proteina del glutine e la mucosa che riveste l’intestino.

 

Celiachia, una malattia autoimmune

La malattia celiaca non è, come erroneamente è stato sostenuto per anni, una intolleranza alimentare, ma una malattia di tipo autoimmune. In altre parole, le persone che ne soffrono, quando assumono cibi contenenti glutine come il pane, la pasta e i biscotti a base di grano producono a livello intestinale degli auto-anticorpi, ossia cellule che attaccano l’intestino stesso. Questa situazione provoca l’appiattimento dei villi intestinali, estroflessioni digitiformi con  l’obiettivo di aumentare la superficie assorbente dell’intestino, per catturare il più possibile sostanze nutritive. La reazione autoimmune, oltre a diminuire i nutrienti a disposizione dell’organismo, fa sì che l’intestino non riesca a portare a termine il processo digestivo. Questo spiega i vari sintomi: anemia, arresto della crescita e diminuzione di peso per la quantità insufficiente di nutrienti procurati; dolori addominali, dissenteria e stipsi per il processo digestivo che non riesce a essere completato.

 

Come scoprire il disturbo celiaco

Il problema è che ci sono molti altri sintomi che difficilmente riescono a essere messi in relazione con il disturbo celiaco e sui quali gli esperti stanno ancora indagando: possono comparire cefalea, difficoltà di concentrazione e le ragazze possono avere disturbi mestruali. In caso di dubbio il pediatra valuterà se sottoporre il bambino ad approfondimenti: oggi, oltretutto, non è più necessario ricorrere alla biopsia gastrica, indubbiamente fastidiosa,  è infatti, sufficiente un prelievo di sangue venoso dal braccio per ricercare la presenza degli anticorpi specifici – TTG o EMA –  che nei soggetti con celiachia sono presenti in misura di dieci volte superiore ai livelli normali. Il trattamento si basa su una dieta che escluda in maniera assoluta e per sempre il glutine, quindi grano, frumento, segale, orzo, farro e kamut mentre sono permessi riso e mais e i prodotti certificati per assenza di glutine oggi disponibili in commercio e a carico del SSN.

 

Lina Rossi

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