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La lussazione congenita dell’anca

giugno 3, 2009 1:02 am

È un problema frequente tra i neonati, ma una diagnosi precoce permette di intervenire prima che il piccolo cominci a camminare, evitando di compromettere il suo sviluppo motorio. Con il termine Lussazione Congenita dell’Anca (Lca) si intende una alterazione della forma dell’articolazione dell’anca presente alla nascita che se non si risolve durante la crescita può…

La lussazione congenita dell’anca

È un problema frequente tra i neonati, ma una diagnosi precoce permette di intervenire prima che il piccolo cominci a camminare, evitando di compromettere il suo sviluppo motorio.

Con il termine Lussazione Congenita dell’Anca (Lca) si intende una alterazione della forma dell’articolazione dell’anca presente alla nascita che se non si risolve durante la crescita può portare ad una deambulazione non corretta con segni di zoppia, dolore cronico e artrosi precoce. Si tratta quindi di un problema molto importante e discretamente frequente cosicché sin dalla nascita il medico neonatologo o il pediatra ricercano segni clinici che possano fare sospettare una “non normalità” delle anche.

L’esame clinico
L’esame clinico che si esegue consiste in pratica nella ricerca del “Segno dello Scatto” (o segno di Ortolani dal nome del pediatra che per primo lo descrisse negli anni Trenta ). Questo scatto sta a indicare che è possibile riportare manualmente in sede con una sensazione di “scatto d’entrata”
la testa del femore lussata o al contrario che è possibile facilmente lussarla fuori “scatto d’uscita”. Quando questo segno è presente significa che l’anca non è ben formata e si parla di “Displasia” per cui nella terminologia medica il termine Lussazione Congenita dell’Anca è stato affiancato dal termine che significa Displasia Congenita dell’Anca (Dca).

L’ecografia e l’esame radiografico
Verso il 2/3° mese di vita viene poi eseguito un controllo ecografico. L’ecografia dell’anca serve per avere un documento visivo della situazione anatomica dell’articolazione: questo esame è utile perché la ricerca dello scatto non è sempre agevole, l’esame clinico ha bassa sensibilità e può essere negativo. Rispetto all’esame radiografico l’ecografia (che generalmente viene eseguita in occasione della prima vaccinazione obbligatoria al 3° mese di vita e può farsi sin oltre il sesto mese di vita) ha il vantaggio di non esporre la popolazione neonatale a radiazioni ionizzanti, di poter essere eseguita prima della radiografia (che vede solo l’osso) perché più specifica e idonea a bene evidenziare le eventuali alterazioni strutturali capsulo-cartilaginee dell’anca.
La “radiografia del bacino” acquista importanza dopo il 6° mese di vita a mano a mano la parte ossifica dell’anca prende il sopravvento su quella cartilaginea. Se nessun controllo ecografico è stato eseguito l’esame radiografico va fatto senza aspettare oltre: infatti la zoppia è il segno clinico successivo con cui ci accorgiamo di una displasia dell’anca quando il bambino comincia a camminare solo dopo l’anno di vita!. Ma più tardiva è la diagnosi peggiori sono i risultati finali delle cura, più lungo, complesso e traumatico per il bambino e la famiglia è il percorso terapeutico.

L’importanza di una diagnosi precoce
La diagnosi precoce è quindi utilissima per andare a ricercare sin da subito una eventuale displasia dell’anca e iniziare se presente il trattamento adeguato. Nella maggior parte dei casi si adotta un trattamento posturale: poiché la posizione (postura) ad anche aperte e flesse “centra” le anche in una buona posizione favorendo così la correzione della displasia o lussazione, lo sforzo terapeutico va in questo senso. Peraltro viene consigliato per tutti i neonati di non costringerli con le gambe chiuse e le anche estese: in alcuni paesi per usanza i neonati vengono fasciati con gli arti inferiori vicini e/o si mantengono i piccoli dentro culle strette. Questa è una postura lussante ed infatti in questi paesi si osserva una impressionante frequenza percentuale di casi di Lussazione congenita dell’anca.

L’interveto sulla postura
In caso di diagnosi accertata di Displasia congenita lussante dell’anca è necessario invece “costringere” le anche in una postura centrante, in apertura e flessione delle anche: per questo vengono usati presidi detti divaricatori. Il divaricatore garantisce una buona postura e serve in definitiva a ripristinare un buon sviluppo della articolazione dell’anca che a mano a mano che il piccolo cresce correggerà la sua displasia. Il divaricatore quindi va mantenuto per un sufficientemente lungo periodo di tempo, almeno sei mesi, giorno e notte, levato solo per alcuni minuti durante il bagno e il cambio del bambino. Il divaricatore non deve fare male, il piccolo non deve piangere: se invece, a parte i primi momenti dopo la sua applicazione per il fastidio della costrizione (10/30 minuti) il bambino piange, va subito rimosso e ricercate le ragioni che provocano il dolore e si rivaluterà poi se possibile una posizione più comoda o un diverso tipo di apparecchio. Non vanno usati antidolorifici.
Se la diagnosi è tempestiva una terapia posturale dolce con divaricatori permette nella quasi totalità dei casi un rientro nella normalità verso il 9°/10°mese, epoca in cui il bambino generalmente comincia a gattonare e stare in piedi: la cura non interferisce troppo pesantemente quindi sulle tappe dello sviluppo neuro-motorio.
Se si pone la diagnosi di Lussazione Congenita dell’Anca dopo il 4/5 mese, una terapia posturale dolce con divaricatori ha minori possibilità di essere idonea in quanto l’anca si è sviluppata e strutturata in una posizione che non si riesce a correggere con una semplice apertura e flessione delle anche.

L’intervento medico o chiruguco
In questi casi è necessario che il medico ortopedico esegua delle manovre per rimettere a posto l’anca, ristabilire un corretto rapporto articolare tra i due componenti che la formano: cotile e testa del femore. Queste manovre vanno eseguite in anestesia generale e quindi si deve ricoverare il bambino. Si parla di intervento di riduzione incruenta se si riesce, senza dover “aprire” col bisturi l’articolazione, a ottenere il ristabilimento della articolarità. Se non si riesce con manovre incruente e si deve ricorrere al bisturi si parla di intervento di riduzione cruenta. Nell’un caso e nell’altro comunque, dopo la riduzione, le anche vanno immobilizzate in gesso per circa 3 mesi per poi passare all’uso di un divaricatore per altri 3/4 mesi. Il gesso avvolge il bacino e arriva ad entrambi i piedi a mantenere le anche flesse e più aperte possibile.

 

Prof. Gabriele Poli

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