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Non parla ancora, quando è necessario il controllo

maggio 24, 2017 10:00 am

Ogni bambino ha i suoi tempi quando si tratta di pronunciare le prime parole. Quando è grandicello e non pronuncia nessuna parola, cioè non parla, i genitori iniziano a domandare

I compagni di nostro figlio pronunciano già tante paroline, qualcuno addirittura pronuncia piccoli discorsi, il nostro bambino, invece, non sa ancora parlare che dobbiamo fare? Queste domande arrivano con una certa frequenza anche ai nostri medici. Prima di preoccuparsi, pensando che abbia dei problemi, è bene precisare che sono molti i motivi per cui un bambino non ha ancora iniziato a parlare. Un leggero ritardo non rappresenta necessariamente il segnale di un deficit: può trattarsi di un aspetto del carattere, basti pensare che anche in età adulta alcune persone parlano di più e altre sono più taciturne o del fatto di vivere in un ambiente che non offre abbastanza stimoli. Un bambino circondato da persone che gli parlano spesso, che gli propongono letture, musica, passatempi interessanti probabilmente parlerà prima di un coetaneo che non ha queste possibilità. Lo sviluppo del linguaggio si ritiene compiuto solo dopo il compimento del quarto anno di vita.

 

A ciascuno i suoi tempi

Ci sono delle tappe nello sviluppo linguistico, ma sono indicative e ogni bambino li raggiunge in tempi diversi, anche da un fratello all’altro. Lo sviluppo del linguaggio inizia con la fase pre-linguistica, tra i sei e i dodici mesi circa, definita anche come stadio della lallazione: il bambino ripete sillabe e suoni per allenare le proprie capacità fonatorie. Quindi, dopo l’anno circa inizia la fase linguistica: il bambino inizia a pronunciare semplici parole e  verso i diciotto mesi conosce circa 50 vocaboli usati con più frequenza. A due anni un bambino dovrebbe conosce circa 200 parole. Qualcuno ne conosce di più, altri molte meno e anche queste differenze sono del tutto normali.

 

Osservare come si comporta

I genitori non devono basarsi soltanto sulla quantità di vocaboli che un bambino pronuncia, ma anche capire in che modo il piccolo si relaziona con l’ambiente circostante. Un piccolo che parla poco o niente  ma che gioca con i coetanei, reagisce con interesse agli stimoli circostanti, si dimostra attento e vivace, probabilmente sta solo aspettando il momento giusto. Diverso è il caso di un bambino che sembra un po’ isolato nel suo mondo e che non risponde quando viene chiamato o non reagisce ai rumori improvvisi. In questo caso è opportuno sottoporre il piccolo a una visita audiologica perché potrebbe avere un deficit uditivo anche minimo, purtroppo, non diagnosticato proprio perché poco evidente oppure perché è subentrato in seguito, esito di una forte otite.     In questi casi la diagnosi precoce assicura il recupero completo.

 

Può servire l’intervento logopedico

Diverso è se il bambino, oltre a non parlare, non si relaziona con i coetanei, non gioca con loro e sta quasi sempre per conto suo. Potrebbe essere una forma di timidezza, oppure il piccolo potrebbe rifiutarsi di parlare e di socializzare perché sta attraversando un periodo difficile, per l’arrivo di un fratellino o il cambio d residenza per esempio. È il caso di parlarne con il pediatra, segnalando altri possibili spie di disagio come risvegli notturni con pianto o segnali di regressione se, per esempio, il bambino  pretende di usare ancora il pannolino. In qualche caso, fortunatamente raro, potrebbe trattarsi di una forma di autismo, un problema neurobiologico che consiste nella difficoltà di relazionarsi con il mondo esterno. Il fatto di parlare poco ma soprattutto di non cercare contatti ne sono i sintomi. Prima di preoccuparsi però è bene ricordare che questi sono casi molto rari.

 

Sahalima Giovannini

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