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Depressione e antidepressivi negli adolescenti

marzo 18, 2016 9:33 am

Sempre più spesso vengono somministrati antidepressivi a minorenni: gli esperti dicono che questi farmaci sono aumentati del 40% in sette anni. Benefici o rischi?

Cresce sempre di più il numero di adolescenti che assumono antidepressivi: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, in base a uno studio svolto tra il 2005 e 2012 tra Europa e Stati Uniti, l’uso di questi farmaci nei più giovani è cresciuto di oltre il 40%. La ricerca, pubblicata sull’European Journal of Neuropsychopharmacology, mostra che in Gran Bretagna il consumo di questi medicinali è cresciuto del 54%, in Danimarca del 60%, in Germania del 49%, del 26% negli Stati Uniti e del 17% in Olanda. Le fasce di età che mostrano i maggiori incrementi sono quelle tra i 10 e 14 anni e tra i 15 e 19 anni. A parere degli esperti questi dati preoccupano perché gli antidepressivi nei giovanissimi possono avere seri effetti collaterali. In Gran Bretagna la terapia farmacologica è l’unica soluzione, perché l’accesso alla psicoterapia, che dovrebbe essere la prima scelta terapeutica per i ragazzini, è spesso lunga e complessa: questo aumenta il disagio del ragazzo e della sua famiglia, ecco perché i farmaci diventano l’unica soluzione possibile.

Più aggressività e rischio suicidio
I rischi della precoce assunzione degli antidepressivi non dovrebbero essere trascurati. Secondo il British Medical Journal, il rischio di aggressioni e suicidi in seguito all’uso di questi medicinali sarebbe molto più alto di quanto si pensasse. Negli USA, si stima che l’1.2% della popolazione under 18 assuma antidepressivi di ultima generazione, quelli che lavorano sulla ricaptazione della serotonina – SSRI – la molecola più diffusa per il trattamento della depressione. La Food and Drug Administration, l’ente sanitario di controllo USA, aveva già segnalato il rischio di suicidio negli adolescenti in trattamento con antidepressivi. Il team di ricercatori danesi dell’autorevole Nordic Cochrane Centre, a Copenhagen, ha ora deciso di analizzare studi clinici critici, report e trials per ottenere maggiori informazioni circa le evidenze di casi di tentato suicidio e forme di violenza associati agli antidepressivi. Il rischio di suicidio e aggressione risulta raddoppiato rispetto a quanto sostenuto fino ad oggi. C’è anche da dire che quando si assumono queste molecole è necessaria la diretta supervisione del medico prescrittore, che deve essere necessariamente uno psichiatra, e non come il più delle volte capita, a prescrivere il farmaco è il medico di base senza attivare alcun controllo specifico. Chiunque assume farmaci attivi sul sistema nervoso deve essere seguito costantemente dallo specialista proprio come chi assume farmaci attivi sul cuore ha bisogno del costante controllo del cardiologo.

Come affrontare la depressione nei più giovani
Gli psicofarmaci devono essere prescritti necessariamente dallo psichiatra dopo una adeguata diagnosi, solo lo specialista può stabilire se il ragazzo può giovarsi di una psicoterapia o se a questa debbano o meno essere associati anche i farmaci. Ci sono forme depressive che purtroppo necessitano anche degli antidepressivi, il medico deve scegliere con coscienza il male minore per ogni paziente. Le psicoterapie più efficaci nelle forme depressive sono di due orientamenti: cognitivo-comportamentale o relazionale. La prima aiuta a modificare il proprio modo negativo di pensare e di agire, caratteristica fondamentale della depressione e che può rimanere come eredità del disturbo anche a guarigione avvenuta. I benefici del lavoro di psicoterapia si notano non prima di tre o quattro mesi con sedute settimanali. Quando lo psicoterapeuta ravvede il miglioramento del modo di vedere il mondo circostante del bambino, inizierà ad dilazionare gli incontri nel tempo. In seguito può essere sufficiente incontrarsi di tanto in tanto. La Terapia Relazionale si basa sul presupposto che il disagio psichico del bambino è parte di un problema all’interno del nucleo famigliare, in modo particolare dalla comunicazione circolare all’interno della famiglia. Le sedute, almeno nel primo periodo, devono avvenire con una certa frequenza: almeno una o due volte la settimana ed è l’intero nucleo famigliare che deve recarsi in terapia. I miglioramenti si possono ottenere dopo tempi variabili e dipendono dalla volontà dei componenti della famiglia a collaborare e anche della possibilità a incontrarsi.

Dott.ssa Rosalba Trabalzini
Psichiatra, psicoterapeuta, laureata in psicologia clinica

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