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Addio al lavoro

giugno 26, 2006 12:00 pm

Poco aiuto, servizi carenti: nel 2005 una donna su dieci ha lasciato il lavoro dopo la nascita del primo figlio Nel 2005 in Italia una donna su dieci ha lasciato il lavoro dopo la nascita del primo figlio, destinato, il più delle volte, a rimanere unico. E’ uno dei dati più critici emersi da “Maternità,…

Poco aiuto, servizi carenti: nel 2005 una donna su dieci ha lasciato il lavoro dopo la nascita del primo figlio

Nel 2005 in Italia una donna su dieci ha lasciato il lavoro dopo la nascita del primo figlio, destinato, il più delle volte, a rimanere unico. E’ uno dei dati più critici emersi da “Maternità, lavoro, discriminazioni”, uno studio realizzato dall’Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) su incarico dell’Ufficio nazionale della Consigliera di parità, nominato di concerto dal ministero del Lavoro e da quello per le Pari opportunità. Anche solo una rapida lettura dello studio rivela che in Italia la maternità può trasformarsi, in assenza di legislazioni e servizi adeguati, in una rinuncia, che quella che viene considerata una scelta importante può tramutarsi in una ragione di discriminazione.

La rinuncia dopo il primo figlio
La ricerca condotta dall’Isfol, su un campione rappresentativo per area geografica di 25.000 donne di età compresa tra i 15 e i 64 anni, analizza la partecipazione femminile e le transizioni nel mercato del lavoro rispetto al tema della maternità. E i risultati allontanano sempre più il nostro Paese dagli obiettivi, fissati nel 2000 a Lisbona durante un Consiglio Europeo straordinario, che indicava agli stati membri la necessità di raggiungere entro il 2010 il 60% dell’occupazione femminile. Nelle realtà messa in luce dalla ricerca, il 13,5% delle lavoratrici esce dal mercato del lavoro, temporaneamente o definitivamente, dopo la nascita di un figlio ma la percentuale varia da regione a regione. Il dato più negativo del 19% spicca in Lombardia, il 17,3% in Veneto, il 16,4 in Trentino Alto Adige e Toscana. Ai livelli più bassi la Calabria, la Puglia 7,9% e l’Umbria con l’8,5% di neomamme che abbandonano il lavoro. Sembrerebbe quasi che il sud stia meglio del nord. Ma l’Isfol spiega questi ultimi dati col fatto che nelle regioni meridionali la quota di donne stabilmente non occupate è del 15% superiore al livello medio del resto del paese.

Pesa la carenza di aiuto e serviziLa motivazioni principale che porta le donne ad abbandonare il lavoro dopo la maternità, il 13% delle quali con un contratto a tempo determinato, è la necessità di doversi occupare direttamente dei figli. L’indagine dell’Isfol prende in esame anche le risorse a disposizione delle lavoratrici: il 20% ricorre a baby sitter; i nonni intervengono regolarmente in circa la metà dei casi (50,5%). Il 10% delle donne dichiara una grossa difficoltà nella gestione delle esigenze familiari e lavorative. Il nido pubblico è più usato al centro-nord mentre quello privato al sud. L’aiuto del partner è percepito solo come occasionale (41%). Per l’Isfol, la condivisione dei compiti all’interno della coppia ancora non è tale da favorire in misura rilevante la permanenza delle donne nel mercato del lavoro e anche il ricorso al part-time resta uno strumento di conciliazione tipicamente femminile: per oltre la metà degli uomini questa scelta è obbligata dal datore di lavoro e spesso è momentanea, mentre per quasi il 70% delle donne è una scelta “volontaria” e il più delle volte definitiva. Anche il ricorso ai congedi parentali riguarda per lo più le donne: nel 2004 ne ha usufruito il 24% degli uomini contro il 76% delle donne mentre il rientro nell’attività lavorativa è molto più difficile se la donna ha un basso titolo di studio e vive al sud.

Donne e mamme a rischio mobbingL’indagine dell’Isfol è spietata e sottolinea anche alcune forme di mobbing di genere: dalla richiesta “più o meno velata” dei datori di lavoro di posticipare la maternità, fino ad arrivare a far firmare alle neoassunte le dimissioni in bianco che verranno tirate fuori e utilizzate al momento opportuno. Basta pensare che, tra chi ha lasciato il lavoro dopo la nascita di un figlio, il 12% ha perso il posto, tra chi ha continuato a lavorare ha dovuto accettare contratti non stabili, e per le donne che tentano di entrare nel mercato del lavoro dopo la nascita di un figlio l’impresa è praticamente impossibile. Tali testimonianze attestano che in Italia la maternità è ancora percepita come un fatto privato a cui non viene riconosciuto, al di là delle enunciazioni di principio, un valore sociale. Di conseguenza si ripropongono con forza, da parte dei ruoli privati (famiglie, aziende) esigenze culturali condivise, e da parte di chi governa la necessità di politiche di conciliazione che permettano alle donne la scelta di diventare madri con più serenità. E’ inutile altrimenti allarmarsi del calo demografico nel nostro paese.

Di fronte ai risultati pubblicati dall’Isfol, Franca Donaggio, sottosegretario alla Solidarietà sociale, ha ribadito che il governo intende intervenire con modifiche alla legge Biagi per ridurre la precarizzazione del lavoro, fenomeno che incide particolarmente sulle donne. Mentre Donatella Linguiti, sottosegretario al ministero per i Diritti e le pari opportunità, ha confermato l’impegno del governo a potenziare, anche con remunerazioni, i congedi parentali. Non ci resta che aspettare, possibilmente non in silenzio, che alle parole seguano i fatti affinché, nel più breve tempo possibile, le donne non debbano più scontare la scelta di maternità.

 

Marina Zenobio

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