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Gravidanza e lavoro

maggio 7, 2003 12:00 pm

Tutto sull’astensione obbligatoria, quella facoltativa, l’allattamento e i permessi per le malattie del bambino.

 

La tutela della maternità e della madre lavoratrice è oggi regolamentata dal Decreto legislativo 151 del 2001, che ha sostituito la storica Legge n. 1204 del 1971 e che è stato redatto così come era stato previsto dalla Legge n. 53 del 2000. Mentre la prima legge del 1971 tutelava essenzialmente la salute fisica della lavoratrice madre, la Legge del 2000 ha introdotto la tutela della funzione sociale della maternità e della paternità, riconoscendo anche ai papà il diritto all’astensione dal lavoro per l’assistenza dei figli. Sulla linea tracciata dalla Legge del 2000 è stato poi redatto, nel 2001, il Decreto legislativo 151 che rappresenta oggi il “Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità”. Vediamone insieme gli elementi principali per quanto riguarda i diritti delle future e delle neo mamme.

La tutela del posto di lavoro
La mamma non può essere licenziata nel periodo che va dall’inizio della gravidanza fino al compimento del primo anno di età del figlio. L’eventuale licenziamento in questo periodo è inefficace e per ottenere il ripristino del rapporto di lavoro basta presentare entro 90 giorni, un certificato dal quale risulti l’esistenza, all’epoca dell’interruzione del rapporto, della gravidanza. Sono previste alcune eccezioni: il licenziamento infatti è previsto in caso di colpa grave della donna (giusta causa), di cessazione dell’attività dell’azienda, di scadenza del termine del contratto o di compimento della prestazione per la quale la lavoratrice era assunta. Nello stesso periodo la donna non può essere sospesa dal lavoro, salvo il caso in cui sia sospesa l’attività dell’azienda o del reparto a cui è addetta.
Dall’accertamento della gravidanza e fino a sette mesi dopo il parto è vietato adibire la lavoratrice al trasporto e al sollevamento di pesi, nonché a lavori pericolosi, faticosi e insalubri. Inoltre fino al compimento di un anno di età del bambino, è vietato affidare alle donne turni di lavoro notturno (dalle 24.00 alle 6.00). Al rientro dalla maternità obbligatoria (ma anche dopo la maternità facoltativa e i vari permessi) la donna ha il diritto a rientrare nella stessa unità produttiva e a svolgere le mansioni svolte prima dell’astensione dal lavoro o altre equivalenti.
Durante i periodi di astensione dal lavoro (obbligatoria, facoltativa, per malattia del figlio) continua a maturare l’anzianità di servizio e durante il periodo di astensione obbligatoria matura anche il diritto alle ferie e alla tredicesima.

L’astensione obbligatoria dal lavoro
Le donne devono astenersi dal lavoro nei due mesi precedenti la data presunta del parto (tre mesi prima per le attività gravose o pregiudizievoli) e nei tre mesi successivi alla nascita del bambino. Riguardo a questa disposizione la legge 53/2000 ha introdotto una novità. Pur restando fermi a cinque i mesi complessivi di astensione obbligatoria, essa ha concesso alla donna di adattare questo periodo il più possibile ai suoi desideri e al suo stato di salute. Oggi infatti può restare a lavoro fino all’ottavo mese di gravidanza (anziché fino al settimo), per dedicarsi al bambino per i primi quattro mesi anziché tre. Naturalmente questo solo se non vi sia pericolo per la salute della donna e del bambino, circostanza che deve essere attestata dal medico specialista del servizio sanitario nazionale (o convenzionato) e dal medico competente al fine della prevenzione e della tutela della salute nei luoghi di lavoro.
Per tutto il periodo di astensione obbligatoria alle lavoratrici dipendenti è corrisposta un’indennità pari all’80% della retribuzione. La maggior parte dei contratti collettivi prevede però l’integrazione a carico del datore di lavoro, fino ad arrivare al 100% dello stipendio. Analogo diritto spetta all’uomo che abbia goduto del periodo di astensione dal lavoro nei tre mesi successivi alla nascita del figlio. La legge 53/2000 infatti introduce una novità molto importante: l’astensione obbligatoria anche per il padre. Con ciò anche all’uomo viene riconosciuta la possibilità di godere di un periodo di astensione dal lavoro nei tre mesi successivi alla nascita del figlio, in alcuni casi tassativamente indicati dalla legge: morte o grave infermità della madre, affidamento esclusivo del bambino al padre.
Per quanto riguarda i genitori adottivi, le lavoratrici che abbiano adottato bambini, o li abbiano ottenuti in affidamento preadottivo, possono avvalersi dell’astensione obbligatoria nei tre mesi successivi all’ingresso del bambino in famiglia se non ha superato i 6 anni di età.
In caso di aborto, avvenuto entro il 180° giorno di gestazione, la lavoratrice ha diritto a una normale assenza per malattia per il periodo stabilito dal medico. Se avviene invece oltre il 180° giorno, si definisce parto prematuro e dà diritto a tutto il periodo di congedo di maternità non goduto (cioè a tutti i cinque mesi) all’80% dello stipendio.
In caso di parto prematuro, la lavoratrice con la nuova legge non perde più il periodo di congedo non goduto per intero prima del parto, ma tale periodo residuo si aggiunge a quello spettante dopo la nascita del bambino.

L’astensione facoltativa
Con la legge 1204/71 il padre aveva la possibilità di usufruire dell’astensione facoltativa solo a condizione che la madre vi rinunciasse (e dunque in alternativa a lei), mentre adesso con la nuova legge madre e padre hanno a disposizione un massimo di sei mesi (continuativi o frazionati) ciascuno, purchè insieme non arrivino a superare i dieci mesi, e per certi periodi possono anche assentarsi dal lavoro contemporaneamente. Il periodo di astensione facoltativa, in precedenza limitato al primo anno di vita del bambino, ora può essere goduto fino all’ottavo anno.
Nel caso di unico genitore (quando l’altro sia morto o abbia abbandonato il figlio) il periodo di astensione facoltativa massima è di dieci mesi. Quanto ai genitori adottivi, l’unica differenza riguarda i figli tra i 6 e i 12 anni di età: in questo caso infatti, l’astensione può essere goduta solo entro tre anni dal loro ingresso in famiglia.
Fino al terzo anno di vita del figlio è corrisposta a lavoratrici e lavoratori un’indennità pari al 30% della retribuzione, per un massimo di sei mesi complessivi tra i due genitori, esclusi i genitori a basso reddito ai quali l’indennità è dovuta anche nel periodo restante.

Il diritto all’allattamento
Per tutto il primo anno di vita la madre ha diritto, ogni giorno, a due periodi di un’ora ciascuno, anche cumulabili (uno solo se l’orario di lavoro è inferiore alle sei ore) per accudire il figlio, e per fare questo può uscire dall’azienda. Se invece all’interno del posto di lavoro esiste la camera dell’allattamento o l’asilo nido, la lavoratrice non può allontanarsi dall’azienda e il riposo è ridotto a due periodi di mezz’ora ciascuno. Se il parto è gemellare i permessi sono raddoppiati e le ore possono essere utilizzate contemporaneamente dalla coppia.

I permessi per malattia del figlio
Entrambi i genitori possono assentarsi dal lavoro nel caso di malattia del figlio (la malattia deve essere attestata da un medico specialista) senza limiti di tempo se il bimbo ha meno di tre anni, per cinque giorni lavorativi all’anno se l’età è compresa tra i tre e gli otto anni. I permessi non sono retribuiti, ma vi è una copertura contributiva nei primi tre anni di vita del bambino.
Madre e padre non possono usufruire insieme del permesso, ma devono alternarsi. Pertanto il genitore che si assenta, deve presentare una dichiarazione nella quale l’altro genitore attesti di non avere usufruito dei permessi negli stessi giorni e per lo stesso motivo.

L’assistenza ai bambini portatori di handicap
La madre o il padre di un bambino portatore di grave handicap ha diritto al prolungamento fino a tre anni del periodo di astensione facoltativa dal lavoro, a condizione che il bimbo non sia ricoverato a tempo pieno presso istituti specializzati. In alternativa può chiedere due ore di permesso giornaliero retribuito fino al compimento del terzo anno di età del figlio. Dopo il terzo anno ha diritto a tre giorni di permesso mensili retribuiti.

Domizia Luzzi

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