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Padri in ritardo

novembre 14, 2005 12:00 pm

Ritardo anagrafico, ritardo culturale: ecco le conclusioni dell’indagine Istat sulla paternità in Italia Niente figli prima dei 33 anni: mancano le certezze economiche, scarseggia la voglia di indipendenza dei giovani, è insufficiente la loro capacità di responsabilizzarsi. Ad affermarlo è l’Istat che, nel corso del convegno “La paternità in Italia” ha presentato una ricerca focalizzata…

Ritardo anagrafico, ritardo culturale: ecco le conclusioni dell’indagine Istat sulla paternità in Italia

Niente figli prima dei 33 anni: mancano le certezze economiche, scarseggia la voglia di indipendenza dei giovani, è insufficiente la loro capacità di responsabilizzarsi. Ad affermarlo è l’Istat che, nel corso del convegno “La paternità in Italia” ha presentato una ricerca focalizzata sul ritardo degli uomini italiani all’appuntamento con la paternità. I risultati dello studio sono stati raccolti in un volume dal titolo “Diventare padri in Italia”, una analisi delle recenti trasformazioni dei modi di “fare famiglia” nel nostro Paese, la cui conclusione non lascia dubbi: i padri italiani sono i più vecchi del mondo.

Il lusso e il coraggio di diventare papà
Mediamente in Italia gli uomini nati nella prima metà degli anni ‘60 decidono di avere il primo figlio intorno ai 33 anni: due anni più tardi rispetto a francesi, spagnoli e finlandesi, tre e mezzo in confronto alla generazione anni ’50. Divario meno evidente per le donne, che diventano madri intorno ai 27 anni: soltanto un anno più tardi rispetto agli altri Paesi occidentali e due anni e mezzo se raffrontate con la generazione precedente. Si tratta in ogni caso di una “sindrome da ritardo” afferma il demografo Massimo Livi Bacci. Un ritardo che ha però le sue ragioni. Lo studio dell’Istat dimostra infatti che i giovani italiani continuano a rimanere in casa con mamma e papà ben più a lungo dei loro coetanei europei. In Francia e in Inghilterra, ad esempio, a 25 anni i giovani hanno già lasciato la casa paterna, mentre in Italia il 40% degli uomini ed il 20% delle donne di età compresa tra i 30 ed i 34 anni vive ancora con i genitori. Le cause del ritardo sono diverse, non ultima la discriminante reddituale. “Nel 2004 spiega l’esperto – il reddito medio di un occupato italiano tra i 25 ed i 30 anni era pari a 9.500 Euro, contro i 14.300 di un francese, i 14.600 di un inglese e i 18.200 di un inglese”. Sono necessarie, dunque, “politiche di natalità che rafforzino le prerogative di lavoro e di guadagno. Tuttavia – conclude Livi Bacci – occorre anche tener conto di una generica tendenza a prolungare l’adolescenza, ovvero di una “genetica” difficoltà dei giovani ad affrontare la transizione all’età adulta”. Il risultato è in ogni caso una inevitabile diminuzione della natalità. Gli uomini si sposano più tardi e, spiega l’Istat, con l’età adulta aumenta anche la prudenza nella scelta di diventare padri. La conseguenza è che attualmente la propensione ad avere figli diminuisce di circa l’80% per chi si sposa attorno ai 35 anni rispetto a chi decide di mettere su famiglia a 25.

I cambiamenti dei modelli familiari
Secondo il rapporto Istat, inoltre, insieme alle dinamiche che guidano le scelte dei giovani è cambiata nel tempo anche la struttura familiare: la percentuale di donne con istruzione superiore a quello dello sposo, è più che raddoppiata negli ultimi 30 anni. Un dato che però non muta il divario di impegni tra i coniugi, perché di fatto sono ancora le donne ad occuparsi della famiglia per tre quarti del tempo, mentre la partecipazione degli uomini è di appena 1 ora e 42 minuti al giorno: esattamente 21 minuti in più, ritagliati nel corso di 14 anni, dal 1989 ad oggi. Una partecipazione che rimane, quindi, marginale. In generale collaborano di più i padri con una laurea, i lavoratori dipendenti, i padri con partner occupata e quelli che vivono al nord-ovest, mentre i padri di figli maschi, dedicano al lavoro familiare 12 minuti di tempo in più al giorno rispetto ai padri di sole figlie femmine. Un dato positivo però c’è: in 14 anni, è cresciuta anche la “paternità a distanza”, ovvero quella dei padri separati o divorziati che non convivono con i figli: coloro che dicono di vedere poco, qualche volta o mai i propri figli durante l’anno erano il 26,5%, contro l’attuale 17,1%, mentre sono passati dal 55% al 58,1% coloro che dicono di vedere tutti i giorni o qualche volta i figli durante la settimana; percentuale che raggiunge il 65,2% fra i laureati.

Il tempo dei padri
Padri leggermente più presenti in famiglia, quindi ma la ricerca Istat rivela che anche nel modo di dedicare il tempo esiste un profondo divario tra mamme e papà: in un giorno medio una donna dedica il 62% del tempo ai lavori domestici ed appena il 28% alla cura dei figli. Per gli uomini le percentuali sono invece del 36,5% e 43,2% con un impegno, nel 57,7% dei casi, in attività ludiche. E se la nascita del secondo figlio fa crescere l’impegno delle madri di 40 minuti e fino ad oltre un’ora dal terzo figlio in poi, i tempi dei padri, al contrario, non risultano variare in modo rilevante in funzione della prole più o meno numerosa. Il che incide anche sulla propensione ad aumentare il numero dei figli: secondo la ricerca nelle coppie giovani e con un doppio reddito, soprattutto al Centro nord, una consistente partecipazione dei padri alla cura del primo bambino si ripercuote positivamente sulla fecondità ed aumenta quindi la probabilità di avere altri figli. E’ già alla nascita del primo infatti che, secondo l’Istat , i genitori sperimentano le difficoltà legate alla cura del bambino. E, se la partecipazione domestica paterna risulta ”nulla o insoddisfacente” è possibile che da parte delle madri il sacrificio venga valutato come eccessivo e ci si fermi quindi al primo figlio.

Le responsabilità culturali
L’impegno dei padri, insomma, non è ancora sufficiente, né in termini di tempo, né di modalità di impegno poiché come ricorda Livi-Bacci, “continuando di questo passo, la simmetria di genere nell’occuparsi dei figli si raggiungerebbe tra 160 anni, ossia nel 2175”. Dello stesso parere è la professoressa Chiara Saraceno, insegnante di Sociologia presso l’Università di Torino, secondo la quale i dati evidenziano che in realtà non c’è stato ”un mutamento antropologico”. I genitori italiani, spiega l’esperta, rispecchiano, la tesi di Bowlby, psicoanalista dell’infanzia, secondo cui la presenza del padre ”è necessaria solo in quanto contribuisce al benessere psichico della madre”. Il padre insomma continua a rappresentare il sostegno economico, è colui che provvede al produrre reddito, mentre la madre è la sola sicurezza affettiva, colei che accudisce ai figli. ”E’ necessario uno scossone alla vita quotidiana”, conclude la Saraceno. Bisogna formare un nuovo modello culturale. E contemporaneamente, ribadisce Livi Bacci, occorre “smontare la sindrome del ritardo” se si vuole davvero fare in modo che finalmente, l’Italia non sia più considerata un Paese di giovani- vecchi.

 

Paola Ladogana

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