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Bambini e cellulare

settembre 9, 2011 12:10 pm

Un bimbo di tre anni può aver bisogno del cellulare per superare il distacco da mamma e papà nell’inserimento alla materna. E’ quanto sostiene il pediatra Italo Farnetani. Qualche giorno fa è stata pubblicata su una rivista divulgativa questa notizia: “”Se già intorno a 5 anni non mancano i bambini dotati di telefonino, io dico…

Bambini e cellulare

Un bimbo di tre anni può aver bisogno del cellulare per superare il distacco da mamma e papà nell’inserimento alla materna. E’ quanto sostiene il pediatra Italo Farnetani.

Qualche giorno fa è stata pubblicata su una rivista divulgativa questa notizia: “”Se già intorno a 5 anni non mancano i bambini dotati di telefonino, io dico di metterlo nello zainetto dei piccoli già a 3 anni. In questo modo porteranno con loro un pezzo di casa, e sapranno di poter parlare con la mamma per sentirsi più sicuri, magari con l’aiuto della maestra”. A parlare così è il prof. Italo Farnetani, pediatra. Io personalmente sento il dovere di prendere le distanze da questa posizione e non solo, ma anche di contestarla. Cercherò di spiegarne i motivi.

Tre anni, l’inizio dell’autonomia
Attorno ai 36 mesi si completa lo sviluppo neurofisiologico di un bambino. Le connessioni neuronali sono nella fase ottimale per apprendere e plasmare le convinzioni personali, le basi della personalità e della conoscenza, che lo accompagneranno per tutta la vita. Il bambino a tre anni è in grado di parlare in modo appropriato, sa raccontare quanto è avvenuto e anticipare ciò che si aspetta nel suo prossimo futuro ravvicinato. La conquista del tempo è dovuto alle connessioni sviluppate tra gli emisferi cerebrali destro e sinistro. Attraverso il gioco, fase prioritaria in questo momento storico della vita, il bambino sperimenta ruoli differenti della vita: può essere figlio, genitore, insegnante. È quindi in grado di entrare e di uscire dalla finzione collocando così una delle pietre angolari nella costruzione della percezione di se stesso. L’autonomia inizia ad essere efficace ed è proprio in questa epoca della vita che vanno offerte al bambino tutte quelle opportunità per risolvere situazioni che possono creargli disagio. Se il piccolo non ha frequentato il nido e non è ancora abituato alla separazione quotidiana con le sue persone affettive primarie, l’inizio della scuola materna è il primo problema che deve risolvere. Non possiamo quindi trascurare che la soluzione trovata dal bambino per superare il conflitto del distacco, sarà la soluzione che guiderà tutte le strategie future necessarie a superare qualsiasi tipo di problematica che il piccolo troverà sulla sua strada.
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Il contatto fisico fa la differenza
I bambini hanno la necessità di essere alimentati adeguatamente per avere la disponibilità di tutti i nutrienti necessari per la sana crescita. Oltre al cibo, però, i bambini hanno bisogno soprattutto del contatto fisico, hanno bisogno di essere toccati, di essere abbracciati, accarezzati. Il contatto fisico fa la differenza, soprattutto quando sono chiamati a risolvere momenti di disagio. La vicinanza fisica rassicura il bambino, lo aiuta a sperimentare la realtà del mondo circostante: quale situazione è più difficile da superare se non il distacco nel momento dell’inserimento all’asilo? Quella dell’inserimento è la fase in cui il bambino ha maggiormente bisogno del contatto caldo e morbido. A tal proposito, gli studi di Harry Harlow devono farci riflettere e non poco. Il ricercatore voleva verificare le reazioni delle scimmiette Rhesus poste di fronte ad un sostituto materno artefatto. Harlow creò due situazioni sperimentali ben distinte: in una gabbia mise un piccolo di scimmia Rhesus con la possibilità di avere del latte da un biberon ben inserito all’interno di un manichino rigido e freddo. Nella seconda gabbia veniva posto un piccolo Rhesus senza alcuna possibilità di alimentarsi, veniva però posto all’interno un manichino ricoperto da una maglia soffice e calda. Contrariamente alle aspettative ipotizzate, le scimmiette preferivano accovacciarsi per molte ore della giornata addossate al manichino ricoperto dalla maglia calda di lana mentre si tenevano a debita distanza dal manichino freddo, rinunciando in questo modo alla possibilità di essere alimentate.

Viva il tepore e la morbidezza
Ulteriori esperimenti hanno confermato l’importanza sociale del contatto con elementi morbidi e caldi. Osservando dei cuccioli di scimmie lasciati in un ambiente senza la presenza della madre, si è visto che i piccoli si addossano l’uno all’altro per ricreare e mantenere il contatto fisico. Il contatto fisico nei cuccioli di mammiferi e quindi dei nostri figli, è di vitale importanza per il loro sviluppo. Offrire come sostituto della mamma il cellulare ad un bambino di tre anni, ha la stessa valenza dell’offrire un biberon pieno di latte ad una scimmietta dal manichino freddo e metallico. Un bambino ha bisogno di avere il contatto con la morbida mano della sua insegnante, del contatto con gli altri coetanei, con il suo amato e rassicurante peluche portato da casa, con un fazzoletto della mamma con stampato un bacio con il suo rossetto, con una spruzzata del profumo della mamma sulla sua maglietta preferita. Il nostro bambino, insomma, ha bisogno di tutto quello che gli rievoca il calore e la morbidezza che per nove mesi lo ha avviluppato, protetto e stimolato.

Tutti i no per il cellulare a tre anni
I no possono essere così chiariti:

  • In teoria i bambini hanno un grande potenziale di rischio superiore agli adulti di sviluppare le cellule tumorali dall’uso del cellulare, inoltre hanno un maggior numero di anni di esposizione alle onde elettromagnetiche rispetto agli adulti. Non possiamo dimenticare che nei bambini il tumore al cervello è la seconda malattia maligna dopo la leucemia. Negli ultimi anni le forme tumorali sotto i 20 anni hanno subito un incremento e, anche se la sopravivenza è aumentata, la prevenzione resta il momento da privilegiare. Nell’ultima decade anche l’uso dei cellulari e delle tecnologie varie si è incrementato mentre si è abbassata sempre di più l’età di utilizzo e questo soprattutto nei bambini. Anche se la teoria: più cellulare più cancro, ha bisogno di essere provata, privilegiamo il buon senso, limitandone il loro uso e non concedendoli ai bambini; 
  • Uno studio sviluppato in California ha cercato di verificare quanto l’esposizione ai cellulari in epoca pre-natale e nell’infanzia può causare nei bambini problemi a livello comportamentale. Lo studio ha esaminato i comportamenti e l’uso di cellulari in quasi 100.000 donne incinte dal 1996 al 2002 con l’intenzione di monitorare la salute dei bambini a lungo termine. Le donne dovevano dare una descrizione dello stile di vita compreso l’uso del cellulare ed i problemi comportamentali del figlio al raggiungimento dei 7 anni. La maggioranza dei bambini, il 93%, non ha mostrato problemi comportamentali , il 3.3 % era chiaramente bordeline mentre, il 3,1% evidenziava problemi comportamentali quali emotività alterata, problemi di condotta, disturbo da iperattività e mancanza di concentrazione e problemi relazionali. Secondo gli investigatori il 17.9% dei bambini era stato esposto alle onde elettromagnetiche dei cellulari sia prima, epoca gestazionale che dopo il parto, nella prima infanzia; 
  • Se ogni mamma desse il cellulare al suo bambino, in classe ci sarebbero più o meno 20 cellulari che potrebbero squillare tutti insieme, oppure uno alla volta, a ripetizione, creando un polo di distrazione sia verso i bambini che le insegnanti tale da non poter essere ignorato. Senza considerare poi che i bambini potrebbero scambiarsi il cellulare venendo così a crearsi una confusione anche tra mamme che, anziché placare le proprie ansie per non sentire la voce del proprio bambino ne uscirebbero ulteriormente disfatte.

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dott.ssa Rosalba Trabalzini

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