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Al principio è: “solo noi due”

novembre 9, 2010 12:20 pm

La conquista della socializzazione da parte di un bambino, deve passare attraverso un cammino lungo e tortuoso. Sono tappe inevitabili del percorso di crescita. Da piccolo, il bebè si fida di chiunque lo prenda in braccio, non ha alcun timore dell’estraneo. È solo più tardi, tra il settimo e l’ottavo mese, che inizia ad aver…

Al principio è: 'solo noi due'

La conquista della socializzazione da parte di un bambino, deve passare attraverso un cammino lungo e tortuoso. Sono tappe inevitabili del percorso di crescita.

Da piccolo, il bebè si fida di chiunque lo prenda in braccio, non ha alcun timore dell’estraneo. È solo più tardi, tra il settimo e l’ottavo mese, che inizia ad aver paura di chiunque non sia un volto familiare. Più tardi ancora, quando sarà incuriosito da ciò che si svolge intorno a lui ed inizia ad apprendere e riconoscere la sua personale realtà del mondo, si interesserà ai giochi degli altri bambini. E, quando sarà più grande, imparerà a scegliersi gli amichetti e a fare qualche tentativo di gioco di gruppo. Le tappe che portano un bambino a socializzare, cioè a conoscere e ad apprezzare il mondo “degli altri”, fanno parte di un percorso lungo e delicato. La capacità di giocare con i coetanei, che a noi adulti appare semplice e immediata, richiede un tempo di maturazione più lungo rispetto, per esempio, all’imparare a parlare, a fare pipì nel vasino o a mangiare da solo. È quindi importante favorire questo processo naturale, senza forzare il bambino e senza proteggerlo oltre il necessario se sembra un po’ riservato. Ecco la strada che i nostri piccoli percorrono fino a diventare, a tutti gli effetti, “esseri sociali”.

Nei primissimi mesi
I bimbi molto piccoli non sono in grado di distinguere tra visi familiari e sconosciuti: quando qualcuno si rivolge a loro con un sorriso, rispondono a loro volta sorridendo, appagati dalla fiducia che ispira l’altro. La “crisi dell’ottavo mese”, tappa fondamentale nel processo di maturazione della personalità di un piccino, arriva inevitabilmente per tutti i bambini ed è lo sconvolgimento della serenità fino a quel momento goduta. I bambini iniziano a capire che cosa possono aspettarsi dalle persone che stanno loro vicine, come i genitori e i nonni e sanno che da queste persone amate ricevono affetto e momenti di piacere. All’arrivo di un estraneo, non sanno se da questa persona riceveranno del bene o del male. E il non sapere, per loro, equivale ad avere paura. Ai tentativi di approccio dello “sconosciuto” reagiscono con pianti e grida, aggrappandosi al collo della mamma. Con il tempo la crisi si risolve, ma, fino all’anno e mezzo circa, i bambini restano diffidenti quando una persona nuova, specie se adulta o anziana, si avvicina. Al contrario, iniziano a manifestare un certo interesse nei confronti degli altri piccoli: se vedono un bimbo piangere o giocare, si fermano, lo guardano, lo imitano e tentano di avvicinarsi. Si tratta però di una semplice risonanza: è un fatto percettivo, che non comporta un tentativo di fare amicizia o di mettersi in relazione con l’altro.

Poi iniziano a giocare
È solo attorno ai due anni e mezzo che i bambini cominciano ad essere veramente attratti dai coetanei e dai bambini più grandi. Si cimentano in brevi interazioni con gli altri: si prendono i giochi l’uno dalle mani dell’altro e se la mamma dice: “Restituisci il giocattolo al bimbo” ubbidiscono. Si tratta però ancora di un fatto meccanico, la risposta alle parole della madre. Il loro rapportarsi agli altri bambini non prevede un progetto di gioco comune, ma si limita a uno scambio breve e fugace. A tre anni iniziano a costruire i “giochi di finzione”, in cui inventano storie di persone, animali o cose con un senso ben definito, insieme agli altri. Non si tratta però di un progetto ludico comune, in cui i bambini rivestono ciascuno un proprio ruolo, ma di un gioco parallelo. Ogni piccolo, cioè, crea, immagina e manipola accanto agli altri ma da solo, senza che ci sia un progetto comune nel portare a termine il gioco.

Primi approccio con gli altri
Bisogna aspettare i quattro anni per vedere nella vicinanza tra bambini la ricerca della compagnia. Un piccolo di questa età si sente attratto dal gruppo e cerca di entrarvi in modo cooperativo, cioè con strategie di aggiramento come lo scambio dei giocattoli, alcune volte in modo aggressivo, cioè imponendo la propria nuova presenza. Ama sempre di più i giochi di finzione e “di travestimento”, in cui il immagina di essere qualcun altro o qualcosa altro. Ancora a questa età, però, le interazioni con gli altri sono limitate a brevi momenti. Solo a cinque anni si compie il grande salto verso gli altri. Il bambino sceglie i suoi amici e con essi organizza giochi progettati secondo regole precise: ogni partecipante riveste un ruolo ben preciso e, se uno di essi non rispetta le regole, il gioco non può andare avanti. Spesso il gioco viene ripetuto il giorno seguente, arricchito di particolari nuovi. I bambini organizzano gerarchie tra di loro, scelgono con chi vogliono stare, dimostrano di preferire un amico piuttosto che un altro. Dai sei anni i giochi si fanno sempre più organizzati e complessi. I bambini si dimostrano disponibili a osservare le regole imposte durante le attività con i loro amici, è facile anche far loro rispettare i turni. Per esempio, quando vanno sullo scivolo, sono consapevoli della loro individualità e iniziano a diventare protettivi nei confronti dei bambini piccoli. A questa età fanno progetti anche per giochi da fare nel futuro.

Qualche consiglio per favorirli
Noi genitori possiamo, con discrezione, aiutare la maturazione del processo di socializzazione dei nostri bambini, senza essere invadenti o, al contrario, troppo timorosi. È utile, per esempio, permettere loro di frequentare i coetanei nei suoi primissimi anni di vita ai giardini, in ludoteca, al baby-parking. A questa età è importante soprattutto che si condividano gli stessi spazi con altri piccoli. Bando all’ansia se a due o tre anni il piccolo non coopera ancora. Molti genitori sono pronti ad affermare con sicurezza che il figlio “è timido” se non notano uno scambio tra lui e i coetanei. A due o tre anni non è ancora possibile che si instauri un meccanismo di gioco comune tra i bambini. È anche giusto rispettare la naturale timidezza: se un piccolo è timido e preferisce non entrare nel gruppo ma restare in disparte e guardare gli altri, si deve rispettare questa sua esigenza. Con il tempo imparerà ad aprirsi di più. Un bimbo timido non deve mai essere sgridato o spinto a socializzare contro la sua volontà. Se il gruppo lo mette in soggezione, è preferibile stimolare l’amicizia inizialmente con un amichetto in particolare. Un piccolo riservato non va mai isolato, anche se preferisce un ruolo da spettatore. Tenerlo quindi solo in compagnia dei famigliari non è quindi un atteggiamento produttivo.

 

Giorgia Andretti

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