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Se stessi, per gli altri

agosto 22, 2000 12:00 pm

Ebraismo – Tra gli insegnamenti rabbinici ci sono norme etiche ed esistenziali di grande importanza “Se io non sono per me, chi è per me? E quando io sono solamente per me stesso, cosa sono io? E se non ora, quando?” Questa citazione è tratta da una raccolta di insegnamenti rabbinici inseriti nel primo codice…

Ebraismo – Tra gli insegnamenti rabbinici ci sono norme etiche ed esistenziali di grande importanza

“Se io non sono per me, chi è per me? E quando io sono solamente per me stesso, cosa sono io? E se non ora, quando?”

Questa citazione è tratta da una raccolta di insegnamenti rabbinici inseriti nel primo codice complessivo di norme, la Mishnah, redatta in forma scritta nel III secolo su una base orale precedente. La raccolta è intitolata Pirqè Avot, “Capitoli dei padri” – intesi come i primi Maestri della tradizione rabbinica – ed è assolutamente atipica rispetto al contesto in cui è inserita: la Mishnah infatti è un sistema normativo, non un’opera etica e di principio (per quanto, naturalmente, ogni norma presupponga un principio, lo contenga e lo enunci nella pratica) ed i vari trattati che la compongono enunciano leggi da applicare ai vari campi dell’agire umano. Nel caso del Pirqè Avot ci troviamo invece di fronte ad una serie di insegnamenti che non hanno, almeno in apparenza, alcuna finalità pratica e non sono norme nel senso giuridico del termine. Sono piuttosto degli insegnamenti che forse potrebbero, con molta approssimazione, essere intesi come etici o, ancora, come indicazioni esistenziali, sintesi dei principi ritenuti dai singoli Maestri, che nell’opera vengono citati in un ordine che è cronologico ma anche sapienziale, fondamento dell’agire e dell’essere. L’insegnamento citato è a nome di Hillel, un maestro vissuto a cavallo tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C., figura centrale della tradizione rabbinica e riferimento normativo di prima grandezza. Era noto per la sua tolleranza e per la sua disponibilità, testimoniate da diversi episodi riportati dalla letteratura talmudica. Il suo insegnamento pare di grande interesse anche per noi, oggi, perché parla ad ogni individuo, ad ogni io, e propone alcuni sintetici suggerimenti per la costruzione dell’identità. La affermazione di partenza è un invito a concentrarsi su se stessi: se non ci si cura, se non ci si costruisce come io, nessun altro potrà svolgere fino in fondo questo compito. Il primo movimento dell’uomo sembra dover essere centripeto: bisogno scendere nel profondo del proprio sé per potersi strutturare. Interessante è tenere presente che in ebraico il verbo essere al presente non esiste e che per esprimerne il concetto è necessario il ricorso al dativo di possesso; la frase, dunque, dovrebbe essere resa, letteralmente, “Se io non ho me stesso, chi ha me stesso?” che, pare, nasconde il pericolo di fondo di chi non è/ha un io solido: diventare preda di altri io. Se la concentrazione sul sé è di prima importanza, non è però sufficiente; è possibile dire che chi si ferma a questo ha compiuto molto meno della metà dell’opera. E’ necessario passare alla dimensione relazionale, pena restare cosa invece che persona. Anche in questo caso è d’aiuto il ricorso all’ebraico: “solamente per me stesso” è espresso da un termine la cui radice contiene anche il significato di osso. Chi è in relazione esclusivamente con il suo sé è in relazione con la parte più “secca”, anche se importante, dell’essere: ecco perché rischia la reificazione. Ed infine: questi due momenti/movimenti, verso l’interno e verso l’esterno, in direzione di sé e degli altri, non possono essere rinviati ad altro tempo, perché altro tempo non c’è. Per Hillel questi sono i compiti primari dell’uomo: sapere chi è e collocarsi all’interno di una rete di relazioni.

 

Benedetto Carucci Viterbi

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