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La famiglia di Gesù

agosto 22, 2000 12:00 pm

Cattolicesimo – Le figure care che gli sono state accanto e hanno collaborato con lui durante la vita Nelle pagine precedenti abbiamo cercato di vedere Gesù come un amico di famiglia, ma Gesù è nato e cresciuto a sua volta in una famiglia. E’ stato bambino, adolescente e giovane anche lui. Non sappiamo molto della…

Cattolicesimo – Le figure care che gli sono state accanto e hanno collaborato con lui durante la vita

Nelle pagine precedenti abbiamo cercato di vedere Gesù come un amico di famiglia, ma Gesù è nato e cresciuto a sua volta in una famiglia. E’ stato bambino, adolescente e giovane anche lui. Non sappiamo molto della sua infanzia e adolescenza. Quello che c’è noto lo si deve ai cosiddetti vangeli dell’infanzia, costituiti dai primi due capitoli dei vangeli di Matteo e di Luca (Mt, 1-2; Lc, 1-2); gli altri due evangelisti, Marco e Giovanni, non ci parlano del primo svolgersi della vita di Gesù di Nazareth. Questi capitoli ci sono riproposti dalla liturgia nel periodo di Natale, che abbiamo appena vissuto: è interessante andare alla scoperta di alcuni tratti e momenti della vita familiare di Gesù. Una famiglia povera e modesta, non socialmente in vista o in posizione di prestigio, che vive nel nord della Palestina, in Galilea, a Nazareth. Essa però si troverà ben presto al centro delle strategie dei potenti, di cui deve subire le conseguenze. Erode teme per la conservazione del su trono e appena sa che a Bethlemme è nato un salvatore, subito si mobilita e fa uccidere tutti i bambini appena nati, per essere sicuro di aver sterminato il suo futuro pretendente. Giuseppe e Maria con il bambino riescono a porsi al sicuro, ma devono fuggire in Egitto. Una famiglia con una sua parentela, seppur ristretta. Maria ha una cugina, Elisabetta, che dopo un lungo periodo di sterilità dà un figlio a suo marito Zaccaria, che gli porrà nome Giovanni. Giovanni il Battista e Gesù il Cristo si incontreranno ancora nella vita. ma il loro primo incontro avvenne quando le rispettive madri, Maria ed Elisabetta, in cinta dei rispettivi figli, si incontrano vicino a Gerusalemme, in Giudea, dove appunto Elisabetta abitava e dove Maria si era recata per aiutarla nell’imminenza del parto. Come in ogni famiglia, il rapporto del figlio coi propri genitori è fondamentale, e fondamentale è stato anche per Gesù il rapporto con Giuseppe suo padre e con Maria sua madre. Quello che un figlio riceve in affetto ed amore dai suoi genitori, Gesù pure lo ha ricevuto. La psicologia sperimentale ogni giorno di più ci rende consapevoli dell’’imprinting’ operato appunto dai genitori nei riguardi del figlio, nella coscienza e nella identificazione di sé, nella stima e nella fiducia di base nei confronti della vita e della propria vita, nella configurazione del mondo emozionale ed affettivo, nella plasmazione degli atteggiamenti e comportamenti. Dare la vita non è mai limitabile al puro aspetto fisico, ma si estende alle dimensioni più proprie dell’uomo e della donna, quelle psicologiche, morali e spirituali. Per questo il Concilio Vaticano II, nel parlare del ruolo parentale vede i genitori come collaboratori ed interpreti dell’opera di Dio (Gaudium et Spes, 50). Non solo collaboratori, ma di più: interpreti; e non solo dal punto di vista fisico, ma anche dal punto di vista spirituale. Tocchiamo qui un elemento decisivo della fede cristiana, che ci dice che la realtà di ogni persona viene creata e posta in essere da Dio stesso, direttamente e immediatamente da Lui, tanto che ogni persona può rivendicare questa sua origine nell’amore e nella grazia di Dio: qui risiede la sua dignità e la sua grandezza, inalienabile ed indimenticabile. Veramente i nostri nomi, i nomi di ciascuno di noi sono scritti nei cieli, di più nella palma della mano di Dio. Per questo Dio è membro di ogni famiglia umana: ciascuno di noi ha come suo genitore Dio stesso e contemporaneamente i suoi stessi genitori: non c’è conflittualità se non nei nostri, qualche volta, poveri pensieri. Nella scelta di amore dei nostri genitori che ci hanno voluto in vita si radica e si esprime la scelta di Dio stesso. Se verso l’eternità siamo incamminati, dall’eternità veniamo: quella patria in cui mai non si fu, ma che tuttavia è patria, per usare un’espressione di Ernst Bloch.

Tutto questo, in modo del tutto particolare, è stato vero per la santa famiglia di Nazareth. Infatti, il concepimento di Gesù da parte di Maria avviene per opera dello Spirito Santo. E’ ciò che le preannuncia l’angelo Gabriele: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su di te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato figlio di Dio” (Lc 1,46).

In un brano ho trovato espresse, in modo interessante e stimolante, queste semplici considerazioni, che mi sembra conveniente proporre alla vostra attenzione. Si ritrova il clima e il linguaggio della famiglia. E’ così intitolato:

Santa Maria, Madre di Dio

“Così parla l’espositore di immagini: “Oggi è Natale, avete il diritto che vi sia

mostrato il presepio: Eccolo…”

La Vergine è pallida e guarda il bambino.

Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo volto è uno stupore ansioso, comparso una volta soltanto su lineamenti umani.

Poiché Cristo è la sua creatura, la carne della sua carne, il frutto del suo grembo. Lo ha portato per nove mesi e gli darà il seno, e il suo latte diverrà il sangue di Dio.

A momenti, la tentazione è così forte da farle dimenticare che egli è Dio.

Lo stringe tra le sue braccia e dice: Piccolo mio!

Ma in altri momenti rimane interdetta e pensa: Ecco Iddio – e si sente afferrata da un religioso terrore per questo Dio muto…

Giacché tutte le madri restano a volte così sospese davanti a quel frammento ribelle della propria carne che è il loro figlio e si sentono in esilio di fronte a questa vita nuova che è stata costruita mediante la loro vita ed è abitata da pensieri a loro estranei.

Ma nessun figlio è stato più crudelmente e rapidamente strappato a sua madre, poiché egli è Dio e oltrepassa sotto ogni aspetto ciò che ella può immaginare.

Ed è una dura prova per una madre il vergognarsi di sé e della propria condizione umana di fronte al figlio.

Io penso però che ci sono pure altri momenti, che scivolano rapidi, nei quali ella sente che Cristo è ad un tempo figlio suo, il piccino tutto suo, ed è Dio.

Lo guarda e pensa: “Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è carne mia. Egli è fatto di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio che mi rassomiglia.

Nessuna donna ha avuto in tal modo il suo Dio per sé sola.

Un Dio piccolissimo, che si può prendere tra le braccia e coprire di baci, un Dio tutto calore che sorride e che respira, un Dio che si può toccare e che vive.

In momenti tali io, se fossi un pittore, dipingerei Maria e tenterei di rendere l’espressione di tenero ardire e di timidezza con cui ella tende il dito per toccare la dolce epidermide di questo Bimbo-Dio del quale sente sulle ginocchia il tiepido peso e che le sorride”. Il testo è di Jean-Paul Sartre e sembra sia il risultato di alcune riflessioni che il grande filosofo contemporaneo offrì, durante la sua prigionia in un campo di concentramento nell’ultima guerra mondiale, ad un padre gesuita con cui condivideva la triste esperienza, proprio alla vigilia del Natale del 1942. Come è noto Sartre non si riconosceva una fede cristiana; tuttavia seppe individuare molto bene nel rapporto che lega una madre ad un figlio, il rapporto specialissimo che legò Maria a Gesù, figlio suo e Dio allo stesso tempo. Queste riflessioni di Sartre pongono delle domande molto profonde alla coscienza cristiana: come è possibile cogliere così bene la valenza umana e teologica della maternità divina di Maria e contemporaneamente affermare di non avere una fede cristiana? Neanche per Gesù e i suoi genitori, Giuseppe e Maria, fu semplice e scontato comprendersi, ce lo conferma un episodio avvenuto all’incirca nell’adolescenza, quando Gesù andato al tempio, nel tempio vi rimane per discutere con gli esperti religiosi, ma all’insaputa dei suoi genitori che lo stanno cercando giustamente preoccupati: finalmente lo ritrovano. Riferisce l’evangelista Luca: “Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo”. Ed egli rispose: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio?” Ma essi non compresero le sue parole”. (Lc. 2, 48-50). Ma sua madre, come ogni madre, come ogni padre, “serbava tutte queste cose nel suo cuore” (Lc., 2,51), conservava la memoria di suo figlio, del modo con cui diventava progressivamente se stesso, del modo come si manifestava, e lei stessa componeva pazientemente un mosaico, che pian piano diventava intelligibile e suscitava ammirazione. Chi ci ha visto fin dalla nascita conserva in sé la genealogia della nostra persona.

 

Don Paolo Carlotti

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