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Il valore del racconto

agosto 22, 2000 12:00 pm

Ebraismo – Ricordare, attraverso la narrazione, può essere una garanzia e una possibilità di salvezza L’ebraismo del settecento vide diffondersi, inizialmente tra Polonia, Podolia e Russia, un movimento mistico popolare di grandissima presa: il hassidismo fondato da Israel ben Eliezer, il Ba’al Shem Tov. Radicato nella tradizione della qabbalah cinquecentesca fondò in parte il suo…

Ebraismo – Ricordare, attraverso la narrazione, può essere una garanzia e una possibilità di salvezza

L’ebraismo del settecento vide diffondersi, inizialmente tra Polonia, Podolia e Russia, un movimento mistico popolare di grandissima presa: il hassidismo fondato da Israel ben Eliezer, il Ba’al Shem Tov. Radicato nella tradizione della qabbalah cinquecentesca fondò in parte il suo successo popolare, che giunge fino a noi, sulla rivalutazione in ambito religioso e tradizionale della dimensione emotiva rispetto a quella esclusivamente intellettuale e di studio. Nonostante la grande profondità di pensiero e di dottrina della maggior parte degli esponenti del hassidismo, gli ebrei dell’Europa orientale videro la rivalutazione, nell’ambito comunque della tradizione, di tutte le forme di fede. Un particolare ruolo nel pensiero hassidico, ed una particolare funzione nella sua trasmissione, riveste il racconto, di cui il senguente è una sorta di metariflessione: “Quando il Ba’al Shem Tov doveva assolvere un qualche compito difficile, qualcosa di segreto per il bene delle creature, andava allora in un posto nei boschi, accendeva un fuoco e diceva preghiere assorto nella meditazione: e tutto si realizzava secondo il suo proposito. Quando, una generazione dopo, il Maggid di Meseritz si ritrovava di fronte allo stesso compito, riandava in quel posto nel bosco e diceva: “Non possiamo più fare il fuoco ma possiamo dire le preghiere” e tutto andava secondo il suo desiderio. Ancora una generazione dopo, Rabbì Moshè Leib di Sassow doveva assolvere lo stesso compito. Anche egli andava nel bosco e diceva: “Non possiamo più accendere il fuoco e non conosciamo più le segrete meditazioni che vivificano la preghiera; ma conosciamo il posto dove tutto ciò accadeva, e questo deve bastare” . E infatti ciò era sufficiente. Ma quando di nuovo, una generazione più tardi, Rabbì Israel di Rizin doveva anche egli affrontare lo stesso compito, se ne stava seduto in una sedia d’oro nel suo castello e diceva: ” Non possiamo fare il fuoco, non possiamo dire le preghiere e non conosciamo più il luogo nel bosco: ma di tutto questo possiamo raccontare la storia” . E così il suo racconto da solo aveva la stessa efficacia delle azioni degli altri.>> Questo racconto ci racconta quanto sia importante raccontare; sembra dire che se si hanno le giuste intenzioni raccontare a volte può avere la stessa valenza e la stessa funzione del fare. Ci dice che nei momenti gravi, quando c’è pericolo di sopravvivenza, quando si deve prendere una decisione, ricordare attraverso la narrazione può essere anche una garanzia, o almeno una possibilità di salvezza. Ci dice anche che, generazione dopo generazione, si perde qualche cosa, che non tutto si mantiene intatto, e che forse questo è un dato inevitabile, ma ci indica anche una possibilità di non mandare tutto perduto: è la capacità di raccogliere narrativamente la tradizione, anche sbiadita, e con questo il senso di un fuoco lontano ma vivo. Il racconto è dunque una forma privilegiata di trasmissione di valori, di norme, di storia, di identità sia per chi narra che per chi ascolta. Raccontando e ascoltando si agisce e si cresce: raccontare e fare sono un impasto inscindibile e chi più racconta più deve essere lodato, anche chi sa già come vanno a finire le vicende, un po’ tutti come i bambini quando sentono con piacere per l’ennesima volta la stessa storia.

 

Benedetto Carucci Viterbi

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