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La socializzazione inizia con l’autonomia e nello spazio di pochi mesi diventa tangibile

novembre 8, 2012 12:00 pm

I bambini hanno paura degli estranei ma con l’acquisizione dell’autonomia e dalla permanenza al nido sono attratti dagli altri, soprattutto dai coetanei. Accompagniamo il nostro bambino in questa delicata fase della sua vita.

Le tappe che portano un bambino a socializzare, cioè a conoscere e ad apprezzare il mondo “degli altri”, lasciando per sempre la relazione simbiotica a due con la mamma, fanno parte di un percorso lungo e delicato. La capacità di giocare con i coetanei, benché a noi adulti sembri così semplice e immediata, richiede un tempo di maturazione più lungo rispetto, per esempio, dell’imparare a parlare, a fare pipì nel vasino o a mangiare con le proprie mani. Ecco perché è importante che i genitori favoriscano questo processo naturale, senza forzare il bambino o, al contrario, proteggendolo oltre il necessario se sembra un po’ riservato. Da piccolissimi, in quell’albore di relazione che hanno con il mondo esterno, i bambini non fanno distinzione tra famigliari e perfetti sconosciuti: quando qualcuno si rivolge a loro con un sorriso, rispondono a loro volta sorridendo, appagati dalla fiducia che ispira quel volto. La consapevolezza dell’altro arriva molto più tardi.

Il riconoscimento dell’altro inizia verso i setto-otto mesi
La cosiddetta “crisi dell’ottavo mese” è una tappa fondamentale nel processo di maturazione della personalità di un bambino. A questa età, i piccoli capiscono già cosa possono aspettarsi dalle persone che stanno loro vicine, come i genitori e i nonni e sanno che da queste persone, conosciute, ricevono affetto e momenti di piacere. Quando si avvicina un estraneo, non sanno se da questa persona riceveranno del bene o del male. E il non sapere, per loro, equivale ad avere paura. Ai tentativi di approccio di questa persona reagiscono con pianti e grida, aggrappandosi alla mamma. Questa normalissima crisi si risolve da sola e, fino all’anno e mezzo circa, i bambini sono comunque piuttosto diffidenti, soprattutto quando uno sconosciuto, specie se adulto o anziano, lo approccia. Iniziano invece a manifestare un certo interesse nei confronti degli altri bambini: se ne vedono uno che piange o gioca, si fermano a fissarlo, lo imitano e tentano di avvicinarsi. Si tratta però di una semplice risonanza: è un fatto percettivo e non comporta un tentativo di fare amicizia o di mettersi in relazione con l’altro.

Quando iniziano a interessarsi ai coetanei
Attorno ai due anni e mezzo i bambini iniziano ad essere attratti dai coetanei e dai bambini più grandi. Iniziano brevi interazioni con gli altri: i piccoli si guardano, si prendono i giochi l’uno dalle mani dell’altro, se la mamma dice “Restituisci il giocattolo al bimbo” ubbidiscono. Si tratta però ancora di un fatto meccanico, di risposta alle parole della madre. Il loro rapportarsi agli altri bambini non prevede un progetto di gioco comune, ma si tratta di scambi molto brevi e fugaci. A tre anni i bambini iniziano a fare i cosiddetti “giochi di finzione”, in cui i bambini inventano storie di persone, animali o cose con un senso ben definito. La novità di questa età è che i bambini iniziano a giocare insieme agli altri. Non si tratta però di un gioco comune, in cui i bambini rivestono ciascuno un proprio ruolo, ma di un gioco parallelo. Ogni piccolo, cioè, gioca da solo ma accanto agli altri, senza che ci sia un progetto comune nel portare a termine il gioco. Basti pensare ai bimbi di tre anni in spiaggia, o nella sabbiera ai giardini: costruiscono i castelli di sabbia l’uno vicino all’altro, ma ciascuno si occupa rigorosamente del proprio. A quattro anni il bimbo comincia a cercare attivamente la compagnia degli altri bambini. Si sente attratto dal gruppo e cerca di entrarvi in modo cooperativo, cioè con strategie di aggiramento come lo scambio dei giocattoli, oppure in modo aggressivo, cioè imponendo la propria nuova presenza. Ama sempre di più i giochi di finzione e “di travestimento”, in cui si immagina di essere qualcun altro o qualcosa altro. Ancora a questa età, però, le interazioni con gli altri sono limitate a brevi momenti.

A cinque anni, il suo gioco matura
Attorno ai cinque anni un bambino compie il grande salto verso la “comunità degli adulti”. Il bambino sceglie i suoi amici e con essi organizza giochi organizzati secondo regole precise: ogni partecipante riveste un ruolo ben preciso, e se uno di essi non rispetta le regole il gioco non può andare avanti. Spesso il gioco viene ripetuto il giorno seguente, arricchito di particolari nuovi. I bambini organizzano gerarchie tra di loro, scelgono con chi vogliono stare, dimostrano di preferire un amico piuttosto che un altro. Dai sei anni in su i giochi si fanno sempre più organizzati e complessi. I bambini si dimostrano disponibili a rispettare le regole imposte durante le attività con i loro amici, è facile anche far loro rispettare i turni nei giochi (per esempio, quando vanno sullo scivolo), sono consapevoli della loro individualità e iniziano a diventare protettivi nei confronti dei bambini piccoli. A questa età fanno progetti anche per giochi da fare nel futuro. Un gioco svolto in solitario, adesso può diventare gioco comune, condiviso con altri bambini, che collaborano tra di loro nello svolgimento di un ruolo.

L’aiuto di mamma e papà
Frequentare i coetanei è importante fin dai primi mesi di vita, soprattutto se il bambino è figlio unico e i genitori non desiderano avere altri bambini. Prima che arrivi l’età della scuola materna, pediatri e psicologi riconoscono come un’istituzione fondamentale per lo sviluppo relazionale dei piccoli, è bene cercare altri bimbi ai giardini, in ludoteca, al baby-parking. A questa età è importante soprattutto che condivida con altri piccoli gli stessi spazi. Non ci si deve preoccupare se a due o tre anni, un bimbo non coopera ancora: a questa età è difficile che si instauri un meccanismo di gioco comune tra i bambini. Non si deve pretendere che a tre anni segua le regole. Cercare di coinvolgerlo in un gioco in cui ognuno svolge un turno, è inutile quando sono troppo piccoli. Meglio aspettare i quattro-cinque anni. L’integrazione nel gioco va favorita, ma i genitori non devono obbligare il bimbo a socializzare contro la sua volontà. Il gruppo lo mette ulteriormente in soggezione. Meglio cercare di farlo legare inizialmente con un bimbo in particolare. Il bimbo, infine, non va iper-protetto: se è timido non va mai isolato. Il timido ama infatti la compagnia degli altri, anche se più da spettatore che da attore. Tenerlo quindi solo in compagnia dei famigliari non è quindi un atteggiamento produttivo.

Sahalima Giovannini

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