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Mamma, in braccio

maggio 12, 2008 12:00 pm

Non è più un neonato, ma la richiesta è sempre pressante: quali sono le ragioni e cosa possiamo fare E’ arrivato il momento di godere di piccole libertà e di poterci dedicare alle nostre attività con tranquillità. Il bambino ormai sgambetta per tutta casa in autonomia e passa persino del tempo a giocare da solo…

Non è più un neonato, ma la richiesta è sempre pressante: quali sono le ragioni e cosa possiamo fare

E’ arrivato il momento di godere di piccole libertà e di poterci dedicare alle nostre attività con tranquillità. Il bambino ormai sgambetta per tutta casa in autonomia e passa persino del tempo a giocare da solo senza richiedere le nostre continue attenzioni. Ma ecco che, proprio mentre stiamo per uscire dal supermercato, lui inizia a fare i capricci e proprio non ne vuole sapere di salire su quel passeggino. A nulla servono i tentativi di persuasione più o meno gentili da parte nostra che, non fosse altro per ristabilire l’ordine del negozio ormai nel caos, siamo costretti a cedere alle richieste del piccolo e a “prenderlo in braccio”.

L’indispensabile bisogno di rassicurazioni
E’ intorno ai 18 mesi che, generalmente, i bambini sembrano vivere quella che, in modo errato, si tende a definire come una regressione. Escogitano stratagemmi di ogni tipo per poter stare in braccio alla mamma: si va dalla stanchezza alla scarpetta che sta stretta, dal mal di pancia all’indicare oggetti sugli scaffali per poterli afferrare con l’aiuto di un adulto; ogni scusa è buona per riconquistare l’ambita posizione di privilegio. In realtà di tutto si tratta tranne che di una forma regressiva ed il comportamento, per quanto strano possa apparire, è del tutto nella norma. Il bambino ha bisogno di esplorare, di conoscere e di conquistare nuovi traguardi, ma anche di ritrovare il conforto e la sicurezza per affrontare le difficoltà che la realtà esterna gli propone.

Una richiesta di affetto
Si dice comunemente che il bambino piange “perché vuole essere preso in braccio”, sottintendendo che la sua richiesta è irragionevole. Il consiglio generico è quello di far finta di niente, lasciare che il piccolo smetta di “fare i capricci” da solo, dosando gli abbracci che altrimenti rischierebbero di “viziare” il bambino. Ma proviamo ad immaginare che a piangere sia una persona adulta e che un’altra persona, vicina e legata da sentimenti affettivi, si rifiutasse di abbracciarla facendo presente che ha già dispensato un abbraccio non più di un’ora prima. E’ chiaro che prima o poi chiunque smetterebbe di piangere, ma, probabilmente, avrebbe preferito ricevere il conforto quando ne aveva bisogno. Per un bambino non esiste nessuna fonte di rassicurazione più grande delle braccia della mamma, efficace ricarica affettiva nel momento del bisogno. Nei momenti di maggiore difficoltà, dopo una malattia o un lungo periodo di distacco, il comportamento tende ad accentuarsi, proprio perché il bisogno di rassicurazioni è più forte e la necessità di ricevere affetto in modo “tangibile” diventa impellente. Anche la nascita di un fratellino o l’inserimento al nido possono generare lo stesso atteggiamento. Rispondere alle sue richieste di affetto è indispensabile per poter garantire al piccolo la tranquillità e la serenità di cui ha bisogno.

Conforto e capricci
Capita, tuttavia, che la necessità di conforto del piccolo divenga troppo frequente e immotivata e che la giornata sia scandita da un continuo di pianti e capricci per essere preso in braccio e coccolato. Si tratta pur sempre di una fase transitoria, destinata a scomparire con il trascorrere dei mesi. All’inizio, infatti, il piccolo necessita del contatto fisico, successivamente la sola “voce” della mamma sarà per lui una rassicurazione sufficiente e, pian piano, il solo sapere che la mamma è nella stanza accanto, gli permetterà di continuare a giocare in modo sereno. Nonostante si tratti, anche in questo caso, di un bisogno naturale del bambino, l’eccessiva necessità di conforto del piccolo potrebbe, però, costituire un ostacolo non indifferente allo sviluppo della sua autonomia, rendendo difficile far accettare gli inevitabili distacchi che la vita riserva.

Verso l’autonomia
Prevenire è meglio che curare. Anche in questo caso. Non è infatti necessario e sicuramente non è consigliabile, rifiutare al bambino le rassicurazioni di cui ha bisogno. E’ sufficiente piuttosto adottare, nel corso della giornata, degli atteggiamenti che non alimentino il suo bisogno di attaccamento, utilizzando delle strategie che gli permettano di superare la fase del bisogno in modo più sereno, senza avvertire la necessità di ricorrere al conforto materno. La notte, ad esempio, quando l’”ansia di separazione” si fa più pressante, è opportuno stabilire dei rituali che consentano al piccolo, attraverso la loro ripetitività, di addormentarsi in modo sereno: il bagnetto serale, la copertina o l’animaletto preferito per la nanna, la favoletta, la ninnananna. Anche durante il resto della giornata è importante avere molta pazienza, calmando e rassicurando il bambino quando lascia i propri giochi e corre dalla mamma per chiedere attenzione e affetto. Dopo qualche momento trascorso a giocare insieme, però, il piccolo dovrà essere incoraggiato a tornare a giocare nella propria stanza. Affacciarsi, di tanto in tanto, nella sua cameretta, o parlargli dall’altra stanza sarà sufficiente a fornirgli la rassicurazione della presenza desiderata e a condurlo pian piano verso la necessaria autonomia in ogni circostanza, consapevole di poter contare sull’amore e sul conforto che la mamma può trasmettergli ogni volta che ne ha bisogno.

 

Paola Ladogana

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