I grembiulini vanno a scuola
29 agosto 2011 in Orizzonte scuola
I grembiuli riproducono la divisa scolastica, pareri discorsi si alzano in coro, per alcuni aiutano a trovare la propria identità, per altri mortificano la naturale creatività dei bambini.
Alla riapertura delle scuole, puntualmente torna il tormentone: grembiulini all’asilo? Grembiuli a scuola? O, totale assenza del grembiule? Fino a qualche decennio fa il grembiule era in uso sia per le scuole elementari, il cui colore era bianco che per le media inferiori, di colore nero. Alcuni istituti, essenzialmente scuole primarie, suggeriscono l’uso del grembiule, in altri ancora viene acquistato in blocco in modo da avere il grembiule-divisa uguale per tutti. Cerchiamo di capire il pensiero di coloro che sono per e di coloro che lo trovano inappropriato.
Grembiulini: pratici e ben graditi dai bambini
Secondo alcuni, i grembiulini sono, prima di tutto, un motivo di praticità per le famiglie: al mattino, niente litigi e drammi per la scelta dell’abbigliamento giusto, un problema che riguarda soprattutto le ragazzine. I grembiulini, uguali o simili, indossati da tutti, garantiscono l’igiene, evitano che i bambini più piccoli si sporchino eccessivamente e quindi, limitando il numero dei bucati si avrà un buon risparmio. Tutto questo ha anche un impatto positivo sull’ambiente, evitando che si inquini troppo. Oltre a queste considerazioni pratiche ed economiche, l’uso del grembiule ha anche un grande valore educativo. Secondo gli psicologi, infatti, non è vero che il grembiule omologa:al contrario, infonde una grande sicurezza, perché fa sentire i bambini parte integrante di un gruppo. E’ sufficiente guardarli: anche se si lascia ai ragazzi la libertà di vestirsi come preferiscono, tendono a copiarsi l’uno con l’altro, indipendentemente dalle mode. Vestirsi in modo uguale significa trovare un’identità, poter dire: io appartengo a quel gruppo.
Modelli scolastici e culturali di grande tradizione
Il modo di vestire, uguale per tutti, se ci pensiamo bene è abituale in molti paesi che vantano una antica tradizione in fatto di metodo scolastico ed educativo: i paesi anglosassoni, gli Usa, la Cina e il Giappone. In tutti questi stati gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, escluso la frequenza universitaria, indossano una divisa, che rappresenta un’identità, un modo per riconoscersi l’uno con l’altro e per distinguersi al tempo stesso. Anche nelle scuole italiane, un’uniforme, il grembiule o anche la tuta da ginnastica dovrebbero essere uguali per tutti, magari con l’aggiunta di un elemento che contraddistingua le diverse classi, per esempio un tocco di colore diverso o un semplice distintivo, per esempio una stellina se si è in prima, due in seconda e così via. Anche questo è un modo per aiutare un bambino a crescere intellettualmente perché lo rende parte del mondo della scuola e al tempo stesso lo gratifica, facendolo sentire più grande anno dopo anno. Infine, essere tutti uguali potrebbe essere anche un modo per combattere il bullismo, perché nessun ragazzo si sentirebbe autorizzato a infierire su altri percepiti come diversi.
Ma badiamo anche alla sostanza
L’uso del grembiulino non deve però essere un espediente per una sorta di “restaurazione”, per un ritorno al passato che, come ci si augura, potrebbe riportare alla riscoperta di vecchi valori di un tempo: il rispetto, la buona educazione, l’impegno che ogni ragazzino dovrebbe mettere nei rapporti con la scuola, gli insegnanti e i compagni. Grembiulino o no, in famiglia per primi è necessario re imparare a vivere nel rispetto delle regole, per esempio arrivando a scuola in orario, rispettando gli operatori della scuola e non criticando gli insegnanti. Non ha senso pretendere il rispetto per l’insegnante se mamma e papà per primi criticano la persona e il metodo. Come non ha alcun senso far indossare il grembiulino alla materna o alla scuola primaria se i genitori mostrano apertamente di non essere d’accordo. La scuola deve poter contare sulla collaborazione delle famiglie. Solo così, poi, si potrà parlare di un consumo consapevole di oggetti, anche di abbigliamento, la cui funzione deve essere quella di essere utili e non di far apparire.
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Giorgia Andretti
































